Il Signore degli Anelli - Le due torri

Le due torri
Dopo il viaggio in canoa sul fiume Anduin, la Compagnia dell’Anello fa tappa presso le colline di Amon Hen. È giunto il momento di prendere una decisione essenziale, che può cambiare il futuro della Terra di Mezzo: dirigersi verso Minas Tirith per difenderla dall’imminente attacco delle orde di Sauron, che una volta battuti gli uomini di Gondor potrebbero divenire inarrestabili, oppure continuare il viaggio verso Mordor? Il valoroso Boromir ha tentato di convincere Frodo a scegliere la prima strada con comprensibile veemenza, ma l’unica cosa che ha ottenuto è spaventarlo e farlo diffidare di tutti. Mentre cercava di riparare rassicurando l’hobbit sulle sue intenzioni, il guerriero è stato attaccato da un branco di orchi e ferito mortalmente. È così che lo trova Aragorn, al quale Boromir rivela che “Non ci sono più, i Mezzuomini: gli Orchi li hanno portati via”. Aragorn cerca di capire meglio di quali hobbit si tratti e se Frodo sia con loro, ma Boromir è ormai spirato. Sul luogo dell’agguato arrivano anche il nano Gimli e l’elfo Legolas: c’è da dare una degna ma veloce sepoltura a Boromir e soprattutto è necessario capire perché quegli orchi si trovassero su quelle colline, cosa cercassero, dove si siano diretti. Alcuni cadaveri hanno le insegne di una mano bianca su fondo nero, il simbolo di Saruman: è dunque vero che il potente stregone si è alleato con l'Oscuro Signore? Mentre sistemano il corpo di Boromir su una canoa e lo abbandonano al corso dell’ Anduin, Aragorn e i suoi compagni capiscono dalle tracce lasciate sulla riva del fiume che Frodo e un altro hobbit (Sam, c’è da scommetterlo!) hanno preso una canoa, a quanto pare per proseguire da soli il viaggio. Decidono quindi di gettarsi all’inseguimento degli orchi, che già percorrono in una lancinante, folle corsa le pianure erbose di Rohan…
E dunque il sogno della multietnica Compagnia dell’Anello si è infranto miseramente. Non bastava la tragica fine di Gandalf negli abissi delle miniere di Moria: il Portatore dell’Anello, Frodo, ha coraggiosamente deciso di continuare il suo viaggio probabilmente suicida verso Mordor da solo (o quasi), Boromir è caduto sul campo, Merry e Pipino sono prigionieri di un’orda di orchi in marcia verso Isengard mentre Aragorn, Legolas e Gimli arrancano sulle loro tracce attraverso praterie sconfinate. Sulla Terra di Mezzo l’ombra della guerra globale si addensa sempre di più, e la speranza è solo una esile fiammella che danza al vento. Sin dalle prime pagine, la seconda parte della trilogia de Il Signore degli Anelli travolge il lettore, lo spiazza, lo mette in difficoltà dal punto di vista emozionale. E una volta complicato il quadro narrativo - tanto per dirne una, ora si procede su piani paralleli, addio alla linearità delle prime 1000 pagine della saga - Tolkien spinge a tavoletta l’acceleratore: gli stilemi Fantasy classici (cioè quelli che lo stesso Tolkien ha appena inventato) vengono abbandonati. È l’epica a dettare il ritmo adesso, e che ritmo: battaglie, cavalcate, inseguimenti, assedi. Poca magia e poco mistero, molto acciaio e molto onore.  Il cuore dell’interpretazione della monumentale opera di Tolkien come di una metafora della II Guerra Mondiale imbevuta di nostalgia per la tradizione cavalleresca e fortemente anticapitalista, anti-industriale e antitotalitarista - lettura sulla quale si è a lungo e spesso a sproposito ricamato - nasce proprio tra le pagine de Le due torri (a proposito, il titolo a quanto scrisse lo stesso autore in una lettera a un amico «potrebbe riferirsi a Isengard e Barad-dûr, o a Minas Tirith e Barad-dûr; oppure a Isengard e Cirith Ungol»). Pagine in cui l’arte di Tolkien tocca veramente l’apice, ispirate e veementi, romantiche e senza respiro. Un romanzo monumentale. E il cammino verso Mordor continua.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER