Il signore del caos

Il signore del caos
Sono Sion è maledettamente troppo poco conosciuto in Italia. Nonostante gli sforzi di Marco Muller per mostrare i suoi film durante il Festival di Venezia, la retrospettiva che gli ha dedicato l’edizione 2011 del Torino Film Festival e la celebrità seguita a “Suicide Club”, il piccolo regista giapponese resta ignoto ai più. E, considerando lo scarso appeal che i suoi lavori hanno sul grande pubblico, è molto probabile che in questa situazione di semi anonimato ci resti per un bel pezzo. D’altronde le quattro ore complesse, stratificate, importanti di un film come “Love Exposure” sembrano l’esempio della volontà del cineasta nipponico di non abbandonarsi alle esigenze della massa e della perseveranza nel cercare percorsi tanto personali quanto poco digeribili ai più…
Questo volume, uscito proprio in concomitanza con la rassegna su Sono Sion operata dalla ventinovesima edizione del TFF e pubblicato da Sonatine, blog dedicato al cinema giapponese contemporaneo, vede coinvolti dei nomi di tutto rispetto. Oltre alla curatela di Dario Tomasi e Franco Picollo gode infatti anche della prefazione di Emanuela Martini in cui il vice direttore del Torino Film Festival  sostiene che “Sono Sion restituisce al cinema occidentale quello che Tarantino ha preso in prestito al cinema orientale con Kill Bill”. Impostazione abbastanza classica, con una prima parte dedicata ai saggi che indagano a 360° il cinema del regista di “Himizu” e una seconda con approfondimenti sui singoli film. Nonostante le firme sul libro siano tante e diverse la qualità degli scritti non è così altalenante come si potrebbe pensare. Merito, evidentemente, di una curatela intelligente e puntuale. Bisogna però sottolineare come il livello dei primi capitoli sia superiore alle singole recensioni, probabilmente per mancanza di spazio (Sono Sion in meno di trent’anni di carriera ha diretto più di venti film, cortometraggi compresi). Al momento gran parte delle pellicole della prima parte della carriera del regista, quella in cui la sperimentazione era molto più spinta, sono irreperibili. Chi amasse il cineasta giapponese e non avesse avuto modo di vederli nei festival, ha qui l’occasione per una prima infarinatura, in attesa (vana?) di una distribuzione homevideo italiana.

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