Il silenzio coprì le sue tracce

Il silenzio coprì le sue tracce

Il tetto ormai totalmente ricoperto dalla vegetazione, la casa disabitata da anni che ospita ormai in pianta stabile una famiglia di ghiri, il prato imbiancato dalla fioritura del convolvolo, all’interno pochi mobili erosi e malmessi. Niente è rimasto come era. Alle spalle dell’edificio, un centinaio di metri più in alto, i residui della Torre Giurisdavidica, diroccata, abbracciano il monte Argentario, l’isola del Giglio e le acciaierie di Piombino. Un uomo decide di salire in montagna col suo cane, Tobia, lo stretto necessario in termini di provviste e una vecchia pistola. Valli, coste e villaggi abbandonati, l’Appennino sembra una terra desolata, ma il silenzio permette di cancellare le tracce della sua vita passata. La montagna è un luogo dell’anima, gli uomini e le donne che ci vivono l’hanno scelta come rifugio esattamente come ha fatto il lupo, animale raro e selvaggio, e proprio per questo motivo emblema del suo spirito indomito, che non si ferma nella sua ricerca, anche di fronte alle delusioni che lo attendono nel percorso…

Se si volesse provare a fare un’analisi complessiva delle tendenze letterarie italiane, si potrebbe dire che in questo periodo sembrano destinati ad avere un buon successo questi romanzi “rupestri”, dopo il recente trionfo di Cognetti allo Strega con il suo Le otto montagne. La quiete, il silenzio e la natura tutt’altro che meravigliosa, anzi a tratti aspra e ostile, sono i veri protagonisti de Il silenzio coprì le sue tracce, opera prima di Matteo Caccia, professione conduttore radiofonico ma da sempre interessato alle narrazioni. Una trama esile, forse, ma i temi sullo sfondo sono molteplici: tra tutti quello della Resistenza, che è la stessa ragione che spinge il protagonista al suo viaggio, ma anche l’abbandono della natura selvaggia e il ritorno naturale ad essa come risultato ultimo. I debiti sono forti verso un gigante della letteratura americana come Cormac McCarthy, per stessa ammissione di Caccia uno dei fari costanti nella scrittura del libro. Ma c’è dell’altro: le vicende narrate attingono, anche se accomodate alle esigenze narrative e filtrate dalla letteratura, a quelle del partigiano Giorgio Gimelli, che Caccia ha conosciuto dalla viva voce del di lui figlio Pietro, suo amico: il ripercorrere le strade da Genova alla Maremma è un ideale percorso alla ricerca di sé per completare la crescita personale, attraversando luoghi che appaiono sin da subito ben noti all’autore. Qualche nota negativa: se spicca la qualità delle ampie descrizioni, vera cifra distintiva del romanzo, questo contribuisce però alla creazione di un ritmo eccessivamente lento e di una dilatazione temporale, tanto che la narrazione apparirà straniante.



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