Il silenzio dell’altopiano

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Islanda, tramonto di un giorno di fine estate. Una jeep con a bordo quattro persone e un cane viaggia lungo una strada sterrata deserta che attraversa una landa desolata a nord del ghiacciaio Vatnajökull. Sono due coppie in vacanza: due amici di gioventù che si sono ritrovati da poco – il ricco manager rampante con problemi di impotenza ed ex tossicodipendente Hrafn e il rabbioso Egill, private banker alcolizzato – e le loro compagne, la psicoanalista Vigdís e la giornalista Anna. Chiacchierando i quattro non si accorgono che la jeep ad un certo punto è uscita dal tracciato della strada; provano a ritrovare la direzione giusta usando una bussola. La jeep sfreccia nella nebbia guidata da Hrafn, d’un tratto uno schianto: sono andati a sbattere su di un muro. Cofano accartocciato, gomme bucate, fanali anteriori fracassati, ma i quattro passeggeri sono incolumi, solo Egill ha un rivolo di sangue sul viso ma niente di grave. Il muro appartiene a una casa scura, dalla quale dopo pochi minuti esce una coppia di anziani che invita gli sfortunati viaggiatori ad entrare. Lui sembra preda della demenza senile, lei ha il viso sfigurato da una specie di eczema. Vigdís ha da subito la netta sensazione che loro quattro non siano per nulla i benvenuti. I telefonini non hanno campo, gli anziani affermano di avere il telefono fisso guasto: non resta che passare la notte in quella casa e la mattina seguente cercare di riprendere in qualche modo il viaggio…

È il primo romanzo di Steinar Bragi (autore anche di poesie e racconti) ad arrivare in Italia: speriamo tocchi presto anche agli altri, perché siamo di fronte senza dubbio a una penna di grande talento. Più dubbi invece ci sono nel definire esattamente i confini entro i quali si muove il libro: appena sei sicuro che sia un thriller psicologico vira verso l’horror, non fai in tempo ad abituarti all’idea del soprannaturale che si colora di denuncia sociale e politica. E durante tutto questo percorso a zig zag rinuncia a ogni linearità temporale e di plot: ti spiazza, ti costringe a tornare indietro a rileggere le pagine precedenti per essere sicuro di cosa stia succedendo a chi – e quando. Alla fine, ve lo anticipiamo, c’è molto che rimane inspiegabile e soprattutto non spiegato. Atmosfere cupe, angoscianti, stranianti. Violenza. Paranoia. Paura. Il richiamo a Twin Peaks in copertina ci pare abbastanza campato in aria: piuttosto Il silenzio dell’altopiano ricorda moltissimo le atmosfere di Blair witch project quando i protagonisti si muovono sullo sfondo dello scabro paesaggio islandese, imbattendosi in misteriosi mucchietti d’ossa dalla forma ordinata, buche, costruzioni abbandonate, e fa pensare ai romanzi di John Ajvide Lindqvist (e a tratti persino a Peter Høeg) nelle sequenze “indoor”, tra stanze segrete e anziani ineffabili che fanno tutt’altro che tenerezza. Pochi ma abbastanza “duri” i riferimenti o le sequenze di natura sessuale: si va dal sesso anale allo squirting. Funzionale alla trama poi è la spaventosa leggenda popolare (suppongo inventata da Bragi stesso) intitolata Ha vesti così belle che Vigdís ad un certo punto legge in un libro trovato nella casa in cui si svolge metà del romanzo: fa veramente ghiacciare il sangue nelle vene. Ma anche il resto – nonostante qualche caduta di tensione – non scherza.



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