Il silenzio della felicità

Il silenzio della felicità

“Da tempo ero poco felice della mia vita, anche se a dire il vero non era sempre così.” Martino vive a B., una città come tante, immersa nel suo vociare isterico, nel suo tran tran frenetico ed  ineluttabile, nei suoi stridenti rumori quotidiani. Martino adora la solitudine, non sa nemmeno lui quando questa predisposizione gli si è appiccicata addosso. Forse durante quegli interminabili pomeriggi trascorsi da solo, pomeriggi in cui aveva prepotentemente provato a ricercare le prime forme di silenzio al buio di una vecchia sala cinematografica, perdendosi dietro le magie oniriche dei film di Truffaut, o in quelle interminabili passeggiate sulle colline attorno alla città, macinando chilometri e pensieri, oppure semplicemente quando aveva iniziato a lavorare. Difficile dirlo con precisione. Di certo c'è che Martino il silenzio, o meglio la sua assenza, da qualche tempo ha preso addirittura a catalogarlo. Già, proprio così. Scrive tutto su un piccolo taccuino che porta sempre con sé, prende costantemente nota di tutti i suoni che durante la giornata gli attraversano il campo uditivo. Dai rumori più grossolani a quelli più impercettibili, ai più insopportabili. Tutti catalogati secondo una personale scala di valori che va da uno a cento, a seconda del fastidio più o meno acuto. L'utopia finale di questo suo inventario è quella, una volta catalogati tutti, di poterli definitivamente padroneggiare, per eliminarli dalla propria esistenza e godere finalmente di un pianeta senza rumore...
Buona la seconda per lo scrittore bresciano Francesco Savio, che con questo delicato e intimo romanzo esistenzialista bissa le fortune del suo esordio. Martino, il protagonista del suo romanzo, è un sognatore, un ingenuo, un puro, quasi un alieno sbarcato per errore sul pianeta Terra e nello specifico nella città di B., - probabilmente proiezione di quella Brescia tanto cara a Savio - incapace suo malgrado di integrarsi con la (mala)realtà che lo circonda, con la vita 'normale' di tutti, sentendosi costantemente inadeguato, quasi fosse lui l''inetto' e gli altri i 'sani'. Eppure ciò che Martino sogna non appartiene alla sfera del trascendente, del metafisico, men che meno la sua ricerca di silenzio e/o assenza di rumore sembra avere implicazioni di natura ambientalista. Piuttosto pare indicare in lui, che trascorre le giornate diviso tra casa, che condivide con madre e padre – invalido a cui manca un braccio - e lavoretti saltuari e mal tollerati a cui proprio non riesce a consegnare l'anima, un'insofferenza, un'incapacità di adeguarsi a quella società dei consumi che tutto ingloba e fagocita. Martino riuscirà a trovare conforto al suo disagio solo grazie a Blanca, ragazza catalana, straniera ed estranea come lui alle nevrotiche logiche delle leggi di sopravvivenza contemporanea, a cui volenti o nolenti i due devono sottostare. Con Blanca, bagnata dalla sua stessa ingenua purezza fanciullesca – lui cataloga i rumori, lei le forme delle nuvole – Martino intravede la possibilità di poter costruire un mondo alternativo, una nicchia di possibilità, un esilio felice governato dalla poesia e dall'arte, dove finalmente sentirsi meno soli e rendere la bellezza dell'incanto meno utopica e perduta.

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