Il silenzio e il tumulto

Il silenzio e il tumulto
Quando Fathi apre gli occhi quel particolare mercoledì mattina, non realizza immediatamente cosa ci sia di diverso nell’aria: la sua stanza è arroventata dal sole radente come al solito, dato che non si risolve a fornire a sua madre le misure per le sospirate tende, sembra un giorno destinato ad essere vuoto come tutti gli altri, in cui è difficile trovare una ragione per alzarsi dal letto. È uno scrittore a cui è stata imposta l’inattività intellettuale, pena un destino simile a quello di suo padre che, complice la sfida costituita da una moglie incline all’umorismo, aveva costruito la propria carriera di giornalista sull’ironia dissacrante verso il potere, salvo poi non rendersi conto della portata del cambiamento avvenuto con la presa del potere del Leader. La sua superficiale sventatezza gli era costata lunghi interrogatori e sei mesi di soggiorno in una residenza dei Servizi “per risparmiargli il viaggio tra uno e l’altro”. Pian piano la nebbia che avvolge i sensi di Fathi si dirada e l’uomo realizza che in quel particolare giorno avranno luogo due eventi: il matrimonio di sua madre e la celebrazione dei 20 anni di governo del Leader. Il quartiere in cui Fathi vive è il proscenio sul quale lo spettacolo pubblico avrà luogo. Il clamore del giubilo organizzato delle masse inonda le strade, invade la sua casa dalle finestre aperte e lui arranca fuori casa e si ritrova inghiottito dalla folla urlante, della cui portata si rende conto solo quando, approdato in casa di sua madre - donna bellissima, volitiva e sensuale - fissa le immagini rigurgitate dalla tv, la sua strada, casa sua e le sue finestre circondate dalla folla inneggiante. L’unico rifugio è per lui la casa della sua amante, Lama, che col proprio corpo gli fornisce la solida barriera di cui ha bisogno per arginare gli eventi che minacciano di travolgerlo. Lama si muove ad un ritmo che gli fa dimenticare i rumori che lo ossessionano…
In una Siria mai menzionata ma riconoscibilissima, sono molti i prodromi individuabili a posteriori della violenza con cui il regime si è rivoltato contro il suo stesso popolo solo pochi anni dopo l’uscita del libro: la violenza pur non ancora manifesta è evocata costantemente, i metodi con cui si liquidano - non solo fisicamente - gli oppositori sono annichilenti. Il silenzio è per l’autore - e per il suo alter ego - il mezzo più potente con cui si possa far valere il  raziocinio sull’irrazionalità elevata a sistema di governo; rifiutarsi di partecipare al fragore organizzato, alle oscene coreografie del Potere. Rifiutare il ruolo di comprimario nella grande rappresentazione del Potere, sia che si tratti del fotocopiatore dei ritratti del Leader o della moglie del capo della sua sicurezza privata, o del prematuramente scomparso e sostituibilissimo dottor Q, è per loro la sola scelta possibile. Non si può partecipare ai cortei rimanendo in silenzio, ma si può pur a prezzo di enormi rinunce personali distaccarsi, rifugiarsi nel silenzio , smascherare gli istrionismi, attaccare con ironia ed intelligenza chi si prende troppo sul serio. Il silenzio agognato dal protagonista, (nonostante la forse poco felice scelta terminologica nella traduzione del titolo) non è quello dell’immobilismo opposto al tumulto, ma quello della riflessione e della ponderazione contro il clamore inneggiante delle folle. Gli oppositori rimasti in vita come Fathi sono perennemente ostaggio del regime sia a livello amministrativo, che personale. I toni intimistici, autobiografici, nulla tolgono al potente afflato corale del narrato, alla denuncia degli aspetti più violenti e al tempo stesso grotteschi attribuibili a qualsiasi sistema di potete basato sull’autolegittimazione.

Leggi l'intervista a Nihad Sirees

 

 

 

 
 
 
 
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