Il sogno di Jakov

Il sogno di Jakov

Mosca, 1975. Nora ha trentadue anni, ama in maniera incondizionata suo figlio Jurik, un bel bambino di tre mesi con una graziosa fossetta sul mento, tranquillo e come lei indisciplinato negli orari dei pasti. È fiera della trasformazione del suo corpo, dei seni turgidi, della dolcezza dell’allattamento. La camera di Jurik è quella che era di Amalija Aleksandrovna fino a quando non si è definitivamente trasferita con il nuovo marito nella riserva naturale di Prioksko-Terrasnyj. Il lettino bianco lo aveva preso dall’attrezzatura di scena del secondo atto de Le tre sorelle, lo spettacolo che era stato vietato l’anno precedente. Tengiz la chiama e, come se non sapesse del figlio, le propone di accompagnarlo come scenografa a Barnaul, eppure tutti erano a conoscenza della sua relazione con il regista, impossibile che Radio-serva del teatro non l’abbia informato. Quella mattina Nora aspetta l’arrivo di Ol’ga, che è in forte ritardo. L’infermiera deve fare il vaccino a Jurik, ma quando arriva lui sta dormendo, così Nora le offre un tè. Ol’ga parla e la interroga, vuole scoprire dov’è il padre, se l’aiuta, perché è sempre sola. Nora risponde senza dire bugie e senza dire la verità, un equilibrio precario che non perde grazie al risveglio di Jurik. Ol’ga si accorge che il corridoio è allagato, Nora si è dimenticata il rubinetto della vasca aperto, Ol’ga l’aiuta con gesti precisi e competenti, mentre sono intente a asciugare il pavimento, squilla il telefono. È suo padre, che in modo solenne le dice che sua mamma, la nonna Marusja, è morta e lui non sa cosa fare. Ol’gra si offre di stare con il bambino e Nora può raggiungere il padre. Nella stanza polverosa e ideologicamente povera, Nora mentre lava e veste la nonna con tenerezza, ritrova i ricordi della sua infanzia. Dopo il funerale, una donna dell’amministrazione condominiale le dice che la stanza il giorno seguente passerà allo Stato, quello che non riescono a portare via resterà ai nuovi inquilini. Il padre si limita a prendere l’orologio sferoidale ricordo del nonno orologiaio. Nora rinuncia al pianoforte, non saprebbe come fare a portarlo via, sceglie il bicchierino d’argento dove la nonna teneva le spille per i capelli, la zuccheriera con le pinzette per lo zucchero, un piattino di ceramica la cui tazza aveva rotto da bambina, i libri, le foto e un bauletto di vimini intrecciato pieno di lettere e vecchi quaderni…

Il sogno di Jakov di Ludmila Ulitskaja, mirabilmente tradotto da Margherita De Michiel, è un romanzo epico che, attraverso la saga familiare di quattro generazioni, racconta il passaggio dalla Russia degli Zar al regime dell’Unione Sovietica, alla Perestrojka, fino al 2011. L’autrice, laureata in biologia, ha iniziato la sua carriera di scrittrice solo nel 1995 con il racconto Sonja, ma da allora ha già scritto quindici romanzi, tradotti in quaranta lingue, oltre a novelle, racconti per bambini e opere teatrali, vincendo moltissimi premi prestigiosi, tra quali il Premio letterario russo Russkij Buker, per la prima volta assegnato a una donna. Si può affermare quindi, a buon diritto, che è una delle scrittrici russe più amate nel mondo. Lo spunto per questo romanzo le è arrivato dalla lettura della fitta corrispondenza dei nonni. La tessitura narrativa è sempre supportata da un’accurata e meticolosa ricerca storica, nel romanzo Ulitskaja intreccia aspetti biografici e fantasia, alterna il ricordo con lo scambio epistolare tra i nonni di Nora/Ludmilla, e il racconto delle vicende di Nora sceneggiatrice. Una storia intensa, tenera, passionale, musicale con personaggi affascinanti a cui il lettore si affeziona, che si sviluppa tra Kiev, Mosca, Crimea, America, luoghi che sono definiti con contorni vividi e originali, come in una cartolina. ll tempo è scandito dal lento ritmo della scrittura a mano e dall’attesa trepidante delle risposte. Il nonno della Ulitskaj, Jakov, era un intellettuale con un grande talento letterario, le lettere scritte a Marusja, sono cariche di citazioni, suggerimenti di letture, non solo di romanzi e grandi autori classici e contemporanei, ma anche saggi, musica, articoli di giornali, che servono agli innamorati per confrontarsi e approfondire, nella dolorosa assenza fisica, la reciproca conoscenza. La letteratura modifica la loro visione sul mondo, li aiuta a resistere agli ostacoli del loro cammino. Quando poi, nel regime sovietico, la lettura di moltissimi testi sarà proibita, leggere diventerà anche un atto eroico con il rischio di essere reclusi per anni. Jakov e Marusja sono una coppia di giovani “ribelli”, dalla vita complessa e difficile. Marusja anticipa le idee femministe con il suo desiderio di calcare il palcoscenico a cui non vuole rinunciare neppure per amore e Jakov, che alla fine verrà spedito in Siberia come nemico del popolo, coltiva un sogno politico: “Non riuscirei mai a vivere da solo. Amo la società. Solo in società sono vivo, allegro, arguto. Io non riesco affatto a figurare il mio futuro senza società. Sogno una società dove io sono il centro”. Questi progenitori trasmetteranno alla loro discendenza, per eredità genetica, lo spirito d’indipendenza, la creatività, la curiosità e l’autonomia del pensiero, ma la Ulitskaja sembra anche suggerire che ognuno debba fare le proprie scelte e soprattutto, mai come oggi, mettere sulla carta la propria storia per far circolare la memoria.



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