Il sole dell’avvenire - Chi ha del ferro ha del pane

Rimini, agosto 1900. Eleuteria Verardi con il secchio e la colla sta appendendo dei manifesti pubblicitari sul muro accanto al bagno pubblico in cui lavora da pochi giorni. Non si accorge che, dal marciapiede opposto, la guarda accigliato un uomo tozzo, vestito di nero. È il delegato di pubblica sicurezza Umberto Montani, che si fa avanti e redarguisce con severità la ragazza: sta coprendo i manifesti a lutto per la morte di Re Umberto I. Eleuteria si morde la lingua: sua madre Rosa è stata uccisa dalle guardie del “re buono” due anni prima a Bagnacavallo, e quando la sera del 29 luglio a Monza il sovrano è stato assassinato da Gaetano Bresci ha gioito e brindato come tanti in Italia, altro che lutto. Ma a Montani questo non lo può certo dire, e quindi china la testa: lui le fa il terzo grado, vuol sapere chi è, dove vive, che fa. Quando ottiene le informazioni che desidera, la saluta sgarbatamente e si allontana. A sera, terminato il lavoro, Eleuteria torna in bicicletta nella modesta casetta affittata dallo zio Giosuè e dalla sua compagna Carlotta e racconta loro quello che è successo. I due si scambiano sguardi preoccupati: tempo due giorni al massimo e Montani sicuramente riceverà dalla prefettura di Ravenna l’informazione che Giosuè è un militante socialista, ancora latitante per i tumulti del ’98. Non c’è da stare allegri, malgrado la recente amnistia e la caduta del governo dell’infame generale Pelloux. Nonostante l’avanzato stato di gravidanza di Carlotta, è quasi sicuro che bisognerà partire ancora per sfuggire alle persecuzioni degli sbirri. Infatti Giosuè, che era andato a raccogliere informazioni in giro, fa ritorno trafelatissimo a casa: bisogna andarsene al più presto, Montani si è già presentato al “Leon d’Oro”, l’albergo in cui l’uomo ha trovato lavoro, mettendo sotto torchio il proprietario. Rimini scotta…

Nelle quasi 600 pagine del secondo volume della monumentale saga intitolata Il sole dell’avvenire (come l’organo ufficiale del Partito Socialista Rivoluzionario) tornano le famiglie Menguzzi e Verardi con le loro vicende drammatiche e appassionanti. Siamo entrati nel ‘900, il Risorgimento è ormai un ricordo, al centro della scena politica c’è la “questione socialista”: le masse operaie e contadine sono in ebollizione, si susseguono rivolte e scioperi imponenti, il giovane Regno d’Italia risponde con manganelli e fucili. La svolta a sinistra sembra ad un passo, si guarda alla Rivoluzione d’Ottobre come al modello da importare in Italia ma – anche grazie alle profonde, suicide divisioni nello schieramento socialista e all’impatto sociale devastante della Grande Guerra – le forze conservatrici terrorizzate si riorganizzano e trovano un nuovo campione, il giovane arruffapopolo Benito Mussolini. Altro tema forte del romanzo è inevitabilmente la questione femminile: le donne qui sono personaggi tridimensionali, forti e fragili al tempo stesso, schiacciate da una cultura millenaria che le vuole subalterne all’uomo ma determinate ad alzare la testa costi quel che costi. Come nel precedente capitolo, in Chi ha del ferro ha del pane (la frase è del rivoluzionario francese Auguste Blanqui, ma fu usata da Mussolini come motto per il suo giornale “Popolo d’Italia”) Valerio Evangelisti ricorre all’artificio narrativo di dividere il romanzo in tre parti, ognuna con un focus su un diverso personaggio: là erano Attilio, Rosa e Canzio, qui sono Eleuteria, Aurelio e Narda. Sullo sfondo di una ricostruzione storica accuratissima, il padre dell’inquisitore Eymerich ci regala un grande romanzo di popolo fatto di tragedia e commedia, ideali e miserie, alto e basso: feuilleton e impegno civile si fondono in una saga che ci fa comprendere il nostro passato ma è al contempo straordinariamente moderna.



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