Il sorriso di Pol Pot

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Agosto 1978. Una delegazione di quattro osservatori dell’Associazione di Amicizia Svezia-Kampuchea compie un viaggio in Cambogia per dare il proprio sostegno alla causa rivoluzionaria di Pol Pot. Della loro esperienza restano un libro, La Kampuchea tra due guerre, e un film documentario, testimonianze entusiastiche della costruzione del comunismo da parte di un intero popolo. Quello che colpisce è che da questi resoconti non trapeli nulla delle effettive condizioni di vita della gente sotto il regime instaurato dai khmer rossi. Fin dalla presa del potere di Pol Pot, nell’aprile del 1975, si razionalizza un sistema totalitario repressivo e disumano. L’obiettivo è l’annullamento dell’individualità della persona, che per essere rivoluzionaria deve conformarsi totalmente ai principi dell’Organizzazione, il Partito Comunista Cambogiano. “Se vuoi annientare il nemico, devi annientare il nemico dentro di te!” recita uno degli slogan di Pol Pot. Chi non si adegua finisce nei campi di lavoro o peggio nel famigerato S-21, “il luogo in cui si entra ma da cui non si esce”. Dell’immane genocidio cambogiano, paragonato per le atrocità a quello ebraico, non si hanno però notizie, né informazioni, né per lo meno sospetti dai delegati svedesi. Anzi, solo immagini gioviali, di uomini e donne che lavorano con impegno e soddisfazione nei campi, che parlano volentieri con loro, che sembrano contenti di essere entrati nella una nuova era dell’uguaglianza sociale. Resta strano che i militanti svedesi non abbiano visto né percepito nulla dei massacri che venivano consumati in ogni angolo del paese. Non hanno voluto vedere o i khmer rossi sono stati così bravi da organizzare un tour che nascondesse ai loro occhi città evacuate, povertà diffusa, mancanza di cibo, violenze quotidiane, e mostrasse invece solo persone sorridenti e ben nutrite? In genere i regimi totalitari hanno queste capacità logistiche, ma non uno Stato disastrato da continue guerre e da un’economia sotto i livelli della sopravvivenza come la Kampuchea Democratica…

La storia ha insegnato che l’utopismo rivoluzionario non coincide quasi mai con la realtà. Non fa eccezione nemmeno il regime di Pol Pot. Il tentativo di distruggere completamente una società e costruirne una ex-novo, attraverso la soppressione di ogni forma di proprietà privata materiale e immateriale (il pensiero considerato dai khmer rossi come l’ultimo avamposto del capitalismo), comporta l’uso del terrore come strumento di indottrinamento ideologico. “Ci eravamo sbagliati sulla ricetta, ma non sulla visione ideale” afferma Gunnar Bergström, uno dei quattro osservatori svedesi, riflettendo criticamente sull’appoggio politico dato in passato a Pol Pot. In queste poche parole sta il dramma di intere generazioni di comunisti, sconfessati nel loro fideismo palingenetico dai danni devastanti provocati dalla filosofia marxista nel cruciale passaggio dalla teoria alla prassi. Peter Fröberg Idling sceglie la strada dell’inchiesta investigativa. Come se fosse uno scrittore di thriller, crea mistero attorno alla delegazione svedese, semina indizi, intervista i delegati e ogni possibile testimone. Si reca in Cambogia per ripercorrere le stesse tappe dei suoi più anziani connazionali, al fine di annotare cosa è o non è cambiato in quei luoghi a distanza di anni. Nella sua analisi storica non risparmia critiche a nessuno: né agli americani colpevoli di feroci bombardamenti e di meschine azioni di destabilizzazioni, né al vanitoso ed egotico principe Sihanouk, né al crudele dittatore Lon Nol, né all’enigmatico e sfuggente Pol Pot, chiuso nel suo sorriso indecifrabile ed irriducibile nel portare avanti il proprio fallimento. In modo particolare Idling si interroga su come uomini dotati di cultura e di spirito speculativo non siano stati in grado di comprendere la tragedia di un popolo e in seguito di non aver voluto ammettere di essersi sbagliati. Miopia politica, falsa coscienza o una “banalità del male” di arendtiana memoria. Il sorriso di Pol Pot è reportage, saggio di storia, diario di viaggio, ma soprattutto narrazione robusta, ritmata, che non ti dà respiro. E se si calcola che affronta senza reticenze argomenti complessi come il comunismo, l’imperialismo, il terzomondismo, la falsa coscienza ideologica, l’ambiguo e stretto confine tra essere ed apparire, non è cosa da poco.



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