Il suono della mia voce

Il suono della mia voce
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Morris Magellan è un giovane dirigente della Majestic Biscuits Lds, un’azienda scozzese che produce biscotti. Guadagna parecchio, ha una splendida moglie, due deliziosi bambini, una bella casa. La sua vita dovrebbe perciò scorrere su binari sicuri - e sembra farlo - ma Morris per non affondare nell’oceano del quotidiano deve bere. E bere forte. Per non affogare nel fango che ogni giorno tenta di soffocarlo, appena sveglio Morris si riporta a galla con piccole ma forti bracciate di Courvoisier, il suo cognac preferito. E così in ufficio, seduto alla sua scrivania, ascoltando Mozart, ancora cognac, ancora Courvoisier. Mattina, pomeriggio, sera, poi un bicchiere prima di uscire, infine a casa. Morris vive in uno stato di alterazione perenne, con un apparente autocontrollo che lo conduce sempre sano e salvo a destino. Ma i suoi capisaldi, la famiglia, il lavoro, cominciano a sgretolarsi un po’ alla volta e nemmeno il cognac ce la fa più a mantenerlo a galla nel pericoloso oceano della sua vita…
La sensazione che si ha leggendo questo libro scritto negli anni ottanta è quella di un compagno che ti racconta delle cose che tu stesso avevi dimenticato. Perché la narrazione in seconda persona genera uno stacco micidiale nella percezione dell’Io, esattamente come quando sei sbronzo. Come se la tua stessa voce parlasse a toni alti dentro di te, elencandoti i gesti che devi fare per sembrare naturale. Una coscienza pulita che deve badare a quella sporca. Così Morris, che già da studente si ubriacava e andava alle feste mentre gli altri andavano alle feste e si ubriacavano, campa nuotando nell’alcol, che per lui non è una piaga ma un’ancora di salvezza e una soluzione. Eppure, i risvolti negativi di una vita come questa tornano sempre, tanto che i figli non vengono mai chiamati tali, ma “accuse”, con un perenne senso di colpa latente. E si capisce anche che la causa di tutto sta in un rapporto difficoltoso con i genitori, soprattutto con un padre che non lo ha mai veramente amato. E Morris sa che quell’uomo sta dentro al fango che lo trattiene, ancora seduto sulla poltrona dov’è morto, ne è certo. Perciò teme i momenti di sobrietà, li trova strani e malfermi. Il destino di Morris è già segnato, fin da subito lo darai per spacciato e proverai per lui una tenerezza e un’antipatia contemporanee, viaggianti sullo stesso binario, parallele e simultanee.

 

 

 

 
 
 
 
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