Il superstite

Il superstite

Un giornalista scrive che il superstite ha un viso “morbido, fiducioso e malinconico”, e che la malinconia può, paradossalmente, finire per salvarlo. Può salvarlo da una sofferenza lancinante, da una sensazione spossante e soverchiante di ingiustizia e di irrealtà, perché pochi giorni prima qualcuno ha massacrato suo padre, sua madre, suo fratello e sua sorella, nella loro villetta. Allevavano polli, erano persone oneste. Non avevano fatto niente di male, non avevano questioni aperte con nessuno. Una mattanza, probabilmente una rapina finita male. Il superstite abitava da quelle parti, con sua moglie e sua figlia. È scampato al massacro soltanto per questa ragione. Sono stati due zingari, zio e nipote, due zingari serbi. Uno si suicida durante la cattura, poco tempo dopo; l’altro viene arrestato. È freddo e feroce. Cinque anni più tardi viene processato. Il superstite vuole presenziare. Là per là, l'assassino tiene gli occhi bassi. Racconta una storia piena di vuoti e di balle. Il giorno dopo, il superstite va a testimoniare. Si sente tranquillo perché al collo porta quel che rimane della sua famiglia: la catenina del fratello, la fede del padre, l'anello della madre, la spilla della sorella. Sta solo un po’ a disagio per il maglione rosso che ha indossato inconsciamente. Non sa se è un’allusione o una riproduzione della mattanza. Lo zingaro si fa difendere da un avvocato di talento. Si becca soltanto quindici anni. Il superstite tira un pugno sul banco, a nocche dure. Poi si calma. Stavolta incrociano lo sguardo. Lo zingaro lo fissa con aria di sfida, poi gli dice qualcosa nella sua lingua. Qualcosa di cattivo. Il superstite torna a casa. Sua moglie, a quel punto, è stanca, si sente minacciata dagli zingari, vuole che vendano tutto e vadano via, lontano, più lontano possibile. Litigano. Il superstite preferisce restare là dove sta. Restare e aspettare il secondo grado di giudizio, per cominciare. E intanto tenere viva la memoria di quella disgrazia assurda, di quell'oscena ingiustizia, ogni ferragosto, continuando a custodire la villa dei suoi famigliari...

Settimo libro di narrativa dell'artista capitolino Massimiliano Governi, classe 1962, Il superstite è stato pubblicato dalle edizioni e/o, come già il precedente La casa blu [2016] e come la riedizione dell’esordio, il notevole Calciatore [2017; ex Baldini & Castoldi, 1995]. Tecnicamente, questo intenso romanzo breve va annoverato in una temperie occidentale: quella che prende il via con Compulsion [1956] di Meyer Levin, conosce l’eccellenza con In Cold Blood [1966] di Truman Capote e torna a vivere con L’adversaire [2000] di Emmanuel Carrère; sono “non fiction novel” dal retrogusto del memoir, caratterizzati da uno scioccante incontro tra lo scrittore e l'assassino o meglio gli assassini, come nel caso di Levin e Capote; Massimiliano Governi si differenzia perchè, nel suo libro, si è soltanto ispirato a un fatto di cronaca nera accaduto trent’anni prima, senza andare in cerca del superstite nè dell’assassino, senza diventare, a differenza di Levin, Capote e Carrère, uno dei personaggi dell’inchiesta: senza fare cronaca, in altre parole. L’io narrante, ne Il superstite, è il tranquillo padre di famiglia che cerca giustizia per i suoi cari, martiri della violenza di un balordo, e cerca un complicato nuovo e diverso equilibrio interiore; l’escamotage adottato da Governi è stato farlo affiancare da una sorta di "doppio", un giornalista (con più o meno irrisolte ambizioni autoriali) che segue la vicenda sin dal principio, ritrovandosi spesso nell’ombra, e finisce per accompagnare il narratore in diverse imprese, condividendo fraternamente il suo destino. Perchè Governi ha scelto questa strada? In un’intervista rilasciata a Federica De Paolis, per Minima et Moralia, l’artista ha dichiarato: “Sono partito proprio dal Superstite, l’unico sopravvissuto al massacro, che in quel momento non sa nulla, non sa, avendo perso padre, madre, fratello e sorella, se davvero è al mondo, se davvero è nato. Perchè, in quel momento, in un momento non esistono più la madre e il padre e non ha più una sorella e non ha più un fratello. Loro non ci sono più per lui, nemmeno lui c’è più per loro. La storia familiare è cancellata e quella cancellazione lo aggredisce e l’invade. Rischia, e forse teme, di sparire in quel momento. Mi interessava quindi capire come lui avrebbe vissuto, da quel momento in poi”. In un certo senso, più che un noir questo è un romanzo esistenzialista; Aurelio Picca, sul “Giornale”, ha osservato che Governi “è interessato a desertificare paesaggio, uomini, cose e storia stessa. Governi non vuole riconsegnare l’interiorità o il corpo ai personaggi che descrive. Lui non solo li vuole scindere, ma pretende - riuscendoci con talento agonistico e ossessivo - di sradicarli dalla realtà e porli su un piano che chiamerei dell'assurdo”: come si può capire, si finisce spanne lontani dal paradigma capotiano, così come dai notevoli esiti di Levin e Carrère; si finisce a restituire alla letteratura pura l'angosciante incontro tra l’innocenza e l’assassinio, tra un borghese e un bandito omicida: si finisce a raccontare la storia di un’anima travolta dal dolore e tuttavia stoica, capace di resistenza a oltranza, nonostante tutto. Il titolo va omaggiando una poesia di Primo Levi, Il superstite. In esergo, Governi sceglie questo distico: “Non è mia colpa se vivo e respiro / e mangio e bevo e dormo e vesto panni”.



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