Il talento della malattia

Il talento della malattia
Il 12 maggio del 1974 un goal di Giorgio Chinaglia consente alla Lazio di aggiudicarsi, per la prima volta nella sua storia, il campionato italiano di calcio, strappando lo scudetto dalla maglia della pluridecorata Juventus. Il bomber biancoceleste è in quegli anni un idolo osannato e inseguito da torme di tifosi e ammiratrici, la cui fama corre ovunque e trova spazio non solo tra le cronache sportive. I suoi successi calcistici animano l’immaginario di un bambino che vive a Fabriano e che lo ha eletto a eroe della propria giovinezza; lo sostengono negli interminabili minuti di attesa della madre al termine delle lezioni scolastiche; lo distolgono dal pensiero di un padre assente, che lavora tutta la settimana a Roma e quando c’è russa davanti al televisore acceso. E lo rincuorano nei momenti di scoramento, provocati da una ricorrente ansia di separazione e da un indomabile senso di solitudine, perfino quando il richiamo di un cospicuo gruzzolo di dollari aveva spinto il cannoniere della Lazio a varcare l’oceano per andare a giocare nei Cosmos accanto al leggendario Pelé. Il ricordo del campione, benché ormai lontano, ravviva anche gli anni dell’adolescenza. Poi, quando il sopraggiungere di una malattia gravissima sembra avere la meglio sul ragazzo, i giornali d’improvviso riportano la notizia del suo ritorno e del probabile acquisto della Lazio…   
Sull’onda del sogno di Giorgio Chinaglia va la piccola navicella di carta del nuovo libro di Alessandro Moscè, poeta e critico letterario che vive a Fabriano dove ha ideato e dirige un prestigioso Premio Nazionale di Narrativa e Poesia. A trent’anni di distanza, l’autore sente che è venuto il momento di rievocare l’immagine di una stagione della vita che uno sguardo bambino sa restituire con l’ingenua leggerezza della rivelazione: un padre distante anche quando è vicino e una madre insegnante, spiccia ancorché presente. Una condizione sociale decorosa, una ricchezza di fatti e di tratti che la dicono più lunga di tante analisi psicologiche. E che condensano il senso di una quotidianità frustrata da angosciose inquietudini e da una sofferta solitudine che cerca di intravvedere il senso ultimo delle cose. Alessandro Moscè lascia che a raccontarsi siano prima la grazia di un bambino che coglie d’istinto le insidie sempre in agguato, e poi la dolorosa consapevolezza del ragazzo che apprende a sue spese quanto possano essere fragili i fili che reggono un’esistenza. Consegnandoci un libro intenso e memorialistico sulla cronaca di uno sviluppo e di una crescita, la scoperta e l’attraversamento di una rara malattia da cui egli è miracolosamente guarito, forse proprio grazie all’immaginario conforto di un idolo del calcio.

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