Il tempo è un bastardo

Il tempo è un bastardo
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Bennie Salazar è un ex musicista punk divenuto poi un famoso discografico. Sacha è il suo fidato braccio destro: cleptomane, è una donna forte, dalla psicologia molto complessa, reduce da un passato di vicende rutilanti che dall’America la vedono anche a Napoli e che hanno formato la sua insolita personalità. Intorno ai due compare una lunga serie di personaggi secondari immessi in storie di un realistico quotidiano, il quale, tuttavia, si distacca da ogni stereotipo culturale e assume talvolta un carattere fantastico, attraversando un trentennio di storia americana fino ad arrivare a un futuribile epilogo nel 2020. Ci sono Scotty, ex chitarrista dei Flaming Dildos - una punk band californiana in cui Bennie suonava il basso - e sua moglie  Stephanie, occupata a riportare in vita la carriera di Bosco, una vecchia leggenda del rock ormai invecchiato e in declino. E ancora Jules Jones, un giornalista che  cerca di violentare la starlet Kitty Jackson durante un’intervista. Tutti i personaggi sono collegati tra di loro e, attraverso le loro relazioni, è possibile penetrare nel profondo dei vizi e delle virtù americani legati alla cultura di massa, all’impatto della tecnologia sulla psicologia umana, lo star system e, soprattutto, il tempo che, passando, trasforma, metamorfizza e snatura le umane convinzioni e le umane convenzioni… 

Come ha sottolineato l’abile traduttore del libro Matteo Colombo, il romanzo si compone di 13 racconti “perfettamente interconnessi, tutti inseriti in una continuità e ingabbiati dentro mille fili logici da rispettare, ciascuno espresso con una voce e uno stile diversi, mescolando di tutto (finto memoir, giornalismo, fantascienza; prime, seconde, terze persone; voci narranti delle età e dai gerghi più disparati; salti temporali di cinquant’anni, neologismi tecnologici, infiniti paragrafi di note a pié di pagina”. Il romanzo, nella sua struttura composita e combinatoria si presenta infatti come un concept album musicale, con temi e motivi che vengono più volte ripresi e il cui significato si modifica e si arricchisce col passare del tempo o attraverso il flashback. Molto interessante è la sperimentazione di un capitolo scritto riproducendo graficamente un documento di power point, nel quale la vicenda narrata è ridotta a titoli e slogan grazie ai quali il lettore ha la possibilità di attivare il suo personale processo immaginativo e narrativo, e grazie ai quali, inoltre, si ha la possibilità di entrare nell’impalcatura narrativa di Jennifer Egan, nel suo personale laboratorio letterario fornito dalla versione appunto “schematica” dell’episodio. La commistione di linguaggio letterario e linguaggio dei nuovi media come il power point – su cui è stato scritto moltissimo e talvolta anche a sproposito, soffermandosi solo su di esso – iscrive il premio Pulitzer Egan in un lunga  e autorevole tradizione che risale ai grandi autori del modernismo, i quali avevano già sperimentato con i linguaggi dei nuovi media a loro coevi, come ad esempio l’impatto del telefono o del telegrafo (Henry James, James Joyce, T. S. Eliot, Italo Calvino e in parte Virginia Woolf), la radio e il grammofono (Beckett, Kafka e ancora Joyce). Tuttavia, a nostro parere, il reale valore del romanzo di Jennifer Egan va ricercato nella sua struttura, in quella che potrebbe definirsi una vera e propria ars combinatoria in chiave contemporanea. Una struttura sorvegliatissima e razionale che, allo stesso tempo, deriva da un’autentica ispirazione legata alla vita reale e alla reale società americana che Egan osserva  e riproduce con occhio lucido ed empatico. In questo senso, Il tempo è un bastardo non si configura come uno di quegli esemplari esercizi di stile tipici di moti romanzi postmoderni, i quali appaiono geniali ma poco coinvolgenti per impatto emotivo ed emozionale. Al contrario, in ogni racconto si percepisce il pulsare della vita vera, di sentimenti ricreati magistralmente dall’autrice e di storie che, nonostante le divergenze culturali e geografiche, potrebbero riguardare tutti noi, assumendo quel carattere di universalità e di unione dato dal tema principale del tempo. Il romanzo ci narra infatti del tempo che, legato al secondo macrotema della musica, ci appare in tutte le sue metamorfiche sfaccettature: il tempo che passa, il tempo che scorre velocissimo o che a volte pare rallentare e sospendersi, il tempo reale e cronologico, il tempo del “per sempre” e quello ineluttabile del “mai”, il tempo che è sia un “galantuomo”, sia un “bastardo”. Ma il tempo – e qui emerge il punto più interessante della scrittura di Egan, la quale  conosce molto bene la letteratura del passato –  è quello di considerare e utilizzare il tempo non solo come un tema nella narrazione ma come il suo principio strutturale di base. Come nella fisica delle particelle (ampiamente citata in uno degli episodi più pregevoli), il tempo della vita è tutto fuorché lineare e dunque non può esserlo nemmeno in una forma romanzo che mira alla ricreazione della vita stessa. Un “nocciolo nudo e deforme della vita” (come nelle parole del romanzo) che, implicitamente e necessariamente, deve abbracciare la rottura, l’atemporalità e la simultaneità, andando a ricreare quelle esperienze temporali descritte come “ondate di suono puro, squillante, sinistro e dolce allo stesso tempo, che si diffondono nel cielo via via più chiaro”.



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