Il tempo dentro di noi

Il tempo dentro di noi

Luca sorride, in maniera praticamente impercettibile, in verità del tutto inconsapevole del mondo che gli gira intorno, mentre infermieri e dottori si scambiano vorticosamente di posto nello scenario che è alle sue spalle. E lui, non visto e nemmeno avvertito, è così immerso nei suoi pensieri da non parlare più nemmeno a Lidia, bensì, forse, solamente al proprio pallido riflesso nel vetro, e al corpicino dai movimenti scoordinati che si agita nella culla numero cinque. Poi però ricomincia a raccontare, di quando gli hanno sbattuto in braccio una specie di ragnetto rosa e rosso che urla a pieni polmoni, viva e scalciante: un grumo di potenzialità ancora da svilupparsi, la definisce con la solita ampollosità dei suoi momenti solenni. Gli fanno i complimenti per la bellezza della sua bambina. E lui perde un battito di cuore e non riesce a parlare. A dire nulla. A malapena respira. Gli dicono, lui non è in grado di accorgersi di nulla, che è bianco come un cencio e trema. Si sente come scosso da scariche elettriche, come se il cervello fosse un telegrafo che gli manda messaggi col codice morse…

Al netto di qualche piccolo problema di editing (giusto per dirne una, la divisione in sillabe della parola respiro a cavallo tra pagina 15 e 16, ma sono cose che possono succedere, i refusi sono infidi, infingardi, ineliminabili, si nascondono proprio lì dove non si va a guardare e si divertono a sbeffeggiare il povero scrittore, forse per ricordargli che nulla potrà mai essere perfetto e che ciò che scriviamo certo resta, ma in fondo è come se fosse sempre vergato sull’acqua) il romanzo di Stefano Galardini è un esordio di rara freschezza che mette in pace con sé e con gli altri, che si legge con grande trasporto sin dalla prima riga e che ha un pregiato dono, spesso sottovalutato e a torto non considerato tale. La semplicità. E la credibilità. Soprattutto nei dialoghi. Chiunque legga la storia di Lidia Vergati e Luca Maineri, due ragazzi classe 1980 che si incontrano sui banchi di scuola e che a dispetto delle inevitabili malelingue sono semplicemente amici, il che li rende, naturalmente, più innamorati degli amanti, difficilmente non potrà riconoscersi. Nell’uno. Nell’altra. In entrambi. A volte in lei, a volte in lui. Nella paura che si ha di perdere gli amici quando si cresce, e quando i rapporti e le abitudini spesso diventano un’altra cosa, diversa, sconosciuta, non rassicurante. Nella consapevolezza che si diventa grandi sognando delle cose ma poi, se si è maturi abbastanza da non essere sciocchi, ci si adatta – il che però non vuol dire accontentarsi, ma semplicemente trovare la strada per la propria felicità – ad altre. Nelle situazioni quotidiane. Nelle frasi che si dicono, che ci sembrano importanti quando le pensiamo e inutili fanfare che fanno ridere appena pronunciate. A scuola. All’università. Al lavoro. Ascoltando la musica. Attraversando insieme il tempo e la vita, sapendo che anche se non ci si sente per un po’ ogni volta che si ricomincia a parlare è come se fosse passato giusto un attimo.



 

 

 

 
 
 
 

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