Il tempo invecchia in fretta

Il tempo invecchia in fretta
L’orizzonte era circolare, proprio come il cerchio disegnato dalla corsa dei cavalli. Era simile a quel tempo che aveva perso e riconquistato senza mai possedere. Tornava sempre nel momento in cui non era più in grado di affrontarlo. Era un dialogo stupido, uno sterile soliloquio contro il crono. Decise allora di dare una forma al proprio tempo, alla propria esistenza. Scelse una circonferenza, alla quale diede il nome vita. Anche se avrebbe potuto tranquillamente essere un altro. Con precisione matematica stabilì che il tempo non sarebbe più stato il suo p greco. Lo avrebbe sostituito con le emozioni e le sensazioni che per pudore aveva nascosto in una memoria impolverata. Allargò il raggio. Lo estese il più possibile, fino a farlo coincidere con l’orizzonte del quale non scorgeva neanche più la linea di demarcazione. Eliminò ogni traccia dello squallido tre e quattordici, che aveva condizionato una vita piena di rimorsi e paure e si abbandonò al sogno di un ricordo d’infanzia. Lo acchiappò. Tornò bambino. "Si vide seduto su un ciambella di caucciù bianca e nera costruita dal padre con la camera d’aria di un motorino, alla quale aveva attaccato un collo di papera di cartapesta impermeabile. Lo aveva trovato nei magazzini dove costruivano i carri del carnevale di Viareggio". Continuò a perdersi fino a scorgersi. Gli apparve chiaro: "era un bimbetto che abbracciava un pneumatico e chiedeva al babbo un bombolone". D’improvviso smise di immaginare. Il suo ricordo era stato interrotto da una voce soave, docile e abbastanza insolita per una corsia d’ospedale. “Ma questa è la cosa più bella del mondo !” esclamava una bambina con un sorriso ingenuo. Lo aveva detto lei: "una bambina calva trascinata in carrozzella da un’infermiera. Lei sapeva qual era la cosa più bella del mondo. Lui invece non lo sapeva. Possibile che alla sua età, con tutto quello che aveva visto e conosciuto, non sapesse ancora quale era la cosa più bella del mondo?" Tornò a sedersi vicino al proprio letto per riflettere. Si sentiva stanco, come non era mai stato. Si disse che era tutta colpa del mondo. Il mondo lo aveva stancato perché era un mondo stanco. Questione di tempo, di ricordi e di storie...
Il tempo invecchia in fretta, l’ultima fatica di Antonio Tabucchi, è una piacevole digressione cronica/filosofica. Una serie di nove storie di vita vissuta, attraversate dalle malignità e dalla bellezza del tempo. Un crogiuolo di emozioni nascoste, che sospese nella memoria galleggiano fra gli animi dei protagonisti e la società. Una visione disincantata, al limite del cinico in cui il tempo non è più la misura della nostra vita, ma della nostra felicità. Una donna combatte le proprie origini per dimenticare la disgrazia di non avere un figlio. Un ex agente segreto, gironzola per Berlino confidandosi ogni giorno con la tomba di colui che ha spiato per tutta la vita, fino a rendersi conto di non aver avuto abbastanza tempo per godersi la propria. Un anziano rumeno, dopo aver vissuto molti anni lontano dal proprio paese ancora non si rassegna  alla realtà dei fatti. Pensa  di essere ancora sotto il cielo della sua Bucarest e si culla fra le emozioni del passato. Ambienti, luoghi e situazioni reali di ogni angolo d’Europa fanno da set ai nove racconti, in cui però la mente dei personaggi è la vera protagonista delle vicende. Momenti di vita vera che l’autore ha ascoltato e rielaborato a modo suo, con uno stile amaro e fragile, differente ma non lontano da romanzi come Sostiene Pereira o La testa perduta di Damasceno Monteiro. Un alternarsi di cieli e d’aria. Aria, si perché la vita è fatta d’aria, un soffio e via, e del resto anche noi siamo nient’altro che un soffio, respiro, poi un giorno la macchina si ferma e il respiro finisce. Da qui nasce la consapevolezza di non dimenticare le nostre storie, il nostro tempo. Per questo non possiamo permetterci che questa storia se la inghiotta la notte.

Leggi l'intervista a Antonio Tabucchi

 

 

 
 
 
 
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