Il terremoto inventato

Il terremoto inventato
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Una calda luna settembrina illumina a giorno il cielo siciliano. È una notte pregna di silenzio durante la quale, però, se si presta particolare attenzione, si possono sentire gli echi sommessi di migliaia di soliloqui frammentati. Piani di truffe e di inganni verso il prossimo, dato che è proprio l’inganno a essere l’arte della quotidiana lotta contro la vita stessa ed è palese di come il mondo ruoti intorno a strutture di menzogna. Tutto appare come una struttura artefatta, solo un susseguirsi di astrazioni che viene progressivamente socializzato e dove la casta più potente conserva la menzogna originaria. Così Nino, un distinto professore sulla cinquantina, da tempo riflette su tutto questo e solo un giardino con la sua alta siepe lo protegge dalla società che non gli appartiene e lo rifiuta. Queste riflessioni lo portano, infine, a ricoverarsi volontariamente in una struttura pubblica di igiene mentale. Non declina neppure le sue generalità alla grassa infermiera che lo accoglie, tanto per lui il suo nome non è più necessario. Vuole solamente preservare il mondo dalla sua follia. In clinica, però, la vita appare fin da subito anche peggio che all’esterno e quindi, tramite l’intervento provvidenziale di un terremoto che colpisce Palermo, riesce a evadere nella confusione generale suscitata dal cataclisma. Dopo molti anni Nino si ritrova perciò a fare i conti con il proprio passato, gli amori falliti e i tanti fantasmi che lo perseguitano…

Nino Inzerillo è uno scrittore esordiente siciliano classe 1956 che ha lavorato da sempre come esperto di orientamento e di politiche attive del lavoro, anche come docente e ricercatore. È un grande amante di sigari e scrive articoli sulla rivista “Sigari!”, l’organo di stampa ufficiale della Cigar Club Association. C’è molto di autobiografico ne Il terremoto inventato, a cominciare dalla passione del protagonista per i Cohiba. Nessuna storia comune; soltanto una lunghissima lettera d’amore per le donne, per i sigari cubani e per la vita stessa. Si gioca tutto tra il serio e il faceto, in un flusso di coscienza continuo che ricorda Joyce o la grande letteratura russa di Cechov. La fantasia si mescola alla realtà e la mente del professore genera una galleria di personaggi grotteschi che non sfigurerebbe in un’opera di Pirandello o in un film di Fellini. In questa atmosfera onirica lo scrittore utilizza un linguaggio forbito, con svariate digressioni che rendono la narrazione molto dilatata. La resa dei conti con l’ io dell’autore non lascia scampo e implicitamente invita il lettore a fare lo stesso. Solo in questo modo “si possono affrontare i propri fantasmi, rievocandoli uno a uno, guardarli bene in faccia e rendersi conto che altro non sono che fioche creature”.



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