Il terrorismo spiegato ai nostri figli

Il terrorismo spiegato ai nostri figli

I ragazzini sono terrorizzati, spiazzati, senza punti di riferimento geopolitici a definire i confini di un concetto e di un agire che non ha precedenti nella loro breve stagione di vita. Come fare per aiutarli a “normalizzare” qualcosa di abnorme come gli attentati sanguinari nei loro luoghi di ritrovo come il Bataclan, la politica di terrore messa in atto da uno stato che si proclama confessionale come il Daesh? Tahar Ben Jelloun affronta di nuovo con una figlia (che intuiamo ormai adolescente) questioni dolorose che riguardano non solo la vita pubblica in Francia ma anche la loro famiglia, poiché una loro cugina è rimasta recentemente uccisa nell’attentato al ristorante italiano a Ouagadougou in Burkina Faso. Cerca, in un serrato e documentatissimo dialogo, di fornirle le coordinate storico-politiche per collocare il fenomeno terroristico. La religione islamica non ha nei suoi dettati nessuno dei comandamenti sanguinari e irrazionali che sembrano contraddistinguerne alcune interpretazioni venute in auge nel corso degli ultimi 150 anni. Come ha fatto una religione di “pace e tolleranza” a generare un’aberrazione di violenza e sangue? Non si può affrontare la storia dei movimenti terroristici senza conoscere la storia dell’Islam e la Storia dei popoli islamici. Il dialogo con la figlia gli permette di ricostruire non solo la storia e l’evoluzione di un movimento terroristico generatosi in Afghanistan a seguito dell’intervento americano per contrastare l’invasione sovietica, ma di collocarlo nei contesti storici dei Paesi di fede musulmana: quelli del Golfo, quelli del Nord-Africa, quelli del sud est asiatico dove l’Islam è stata spesso una minoranza perseguitata. Non si può spiegare lo Stato di emergenza decretato in Francia a novembre 2015 senza ricostruire il martirio del popolo siriano ad opera di un presidente-criminale di guerra che nessun tribunale giudicherà…

Dove si colloca la linea di confine tra terrorismo e resistenza all’oppressione? Jelloun è lapidario nel sostenere che spesso i resistenti sono stati definiti “terroristi” dai sistemi a cui si opponevano, ma, fornisce alla figlia una buon numero di esempi storici, a partire da Israele i cui partigiani mettevano in opera attentati contro l’Autorità d’occupazione Britannica negli anni ‘20 e ‘30, salvo poi definire “terroristi” i resistenti palestinesi che si oppongono alla colonizzazione progressiva di Gaza. Il terrorismo spiegato ai nostri figli non è la prima opera socio-pedagogica in cui Tahar Ben Jelloun si cimenta e ‒ esattamente come era accaduto ne Il razzismo spiegato a mia figlia ‒ rifiuta di riconoscere alla cultura di odio e giudizi sommari dominante in Francia e nel resto dell’Occidente il ruolo di educare e formare le menti dei giovani che saranno responsabili dei destini dell’Islam nel prossimo futuro. Dal sacrosanto anelito dei popoli oppressi a liberarsi con strumenti di lotta anche violenti del proprio oppressore al terrorismo vero e proprio che è l’aberrante odioso metodo di violenza sommaria esercitata contro innocenti al fine di terrorizzarli, impedire il normale svolgersi delle loro vite che saranno sempre più governate dalla paura e sempre meno dalle regole di civiltà che da sempre sono alla base del contratto sociale. Nonostante la succintezza del libro, l’arco dell’affascinante parabola narrata da Jelloun è ampio e ben documentato, anche se la brevità del testo e probabilmente un innato pragmtismo dell’autore fanno sì che alcuni giudizi, in particolare quelli sul movimento anarchico che ha attraversato molti Paesi occidentali tra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento suonino un po’ frettolosi e generalizzanti.



 

 

 

 
 
 
 

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