Il terzo leone arriva d'inverno

Il terzo leone arriva d'inverno
Natale, di buon mattino. Kimmo Joentaa, ispettore  della polizia di Turku, in Finlandia, è svegliato dallo squillo del telefono. Giusto il tempo di realizzare che accanto a lui sta dormendo una prostituta praticamente sconosciuta che si fa chiamare Larissa, poi la voce del suo capo lo strappa definitivamente dal sonno: Laukkanen, il medico legale, è stato assassinato mentre faceva sci di fondo, lo hanno accoltellato furiosamente. Stessa sorte capita poco dopo a Harri Mäkelä, costruttore di manichini per il cinema, abbattuto a pugnalate davanti a casa sua. Il modus operandi sembra identico, ma qual è il movente? Poi anche Kai-Petteri Hämäläinen, conduttore del più seguito talk-show nazionale, viene aggredito nella caffetteria dell’emittente televisiva ed ecco che si profila un possibile legame tra le tre vittime: di recente Laukkanen e Mäkelä avevano partecipato insieme alla trasmissione dell’anchorman. Nel dibattito il patologo raccontava la sua vita quotidiana, il creatore di finti cadaveri spiegava il proprio lavoro e l’uomo di spettacolo orchestrava brillantemente il tutto intrattenendo il pubblico, che nonostante l’argomento macabro rideva di gusto. Solo che, forse, fra i presenti in sala qualcuno non aveva trovato la cosa divertente. E aveva reagito. Aggrappandosi a quell’esile filo di Arianna Kimmo inizia a riavvolgere il gomitolo che lo condurrà fuori dal labirinto prima che la mano omicida si levi di nuovo...
La Scandinavia è la nuova frontiera del giallo e anche Jan Costin Wagner, tedesco di Francoforte, l’ha scelta per ambientare le indagini di Kimmo Joentaa (qui al terzo caso, dopo Luna di ghiaccio e Il silenzio). Magari sarà la location ad aver trasmesso al suo protagonista lo stesso straniamento patetico dei personaggi di Aki Kaurismäki. Kimmo Joentaa centellina le parole, ogni frase che dice è spezzata dai puntini di sospensione come se inseguisse lentamente i pensieri prima di dar loro voce. È uno che si scusa in continuazione, che si esprime come un pensionato dell’Ottocento, uno che è uno svitato e non lo sa. Tutte cose che gli fa notare ironicamente (ma affettuosamente) Larissa. Certo, di primo acchito Kimmo pare fuori dal mondo, agli antipodi del classico (e, si direbbe, surclassato) poliziotto sveglio e intuitivo, e nemmeno distrattamente geniale come lo “spalatore di nuvole” Adamsberg della Vargas. Invece, il cervello gli funziona egregiamente e quand’è il momento sa vedere sfumature e cogliere dettagli che agli altri sfuggono. Del resto, Kimmo ha le sue buone ragioni per essere così assente. Per settimane ha assistito la moglie Sanna malata di cancro, le è stato vicino fino all’ultimo respiro, ed ora si porta il passato appiccicato alle scarpe e le istantanee di quel dolore dietro lo sguardo. Però la perdita l’ha reso più sensibile alla sofferenza altrui ed è questo a metterlo sulla buona strada per capire chi ha ucciso e perché. I silenzi rarefatti e i chiaroscuri finlandesi sono uno scenario naturale intonato a questa malinconica vicenda, che mette a nudo, tra l’altro, la volgarità becera del caravanserraglio TV (identica in ogni angolo della terra, visto che – insegna McLuhan - "il medium è il messaggio"). Wagner sostituisce alla suspense lo scavo psicologico, ai ritmi adrenalinici la lentezza di un disgelo nordico. Costruendo con cura un thriller dell’anima che è un’elegia del rimpianto in cui killer e poliziotto condividono lo stesso smarrimento di fronte all’assurdo mistero della morte.

 

 

 

 
 
 
 
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