Il testamento dell’uro

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Una scrittrice che ha fatto degli animali il centro dei suoi romanzi viene invitata a partecipare a un festival letterario in un paesino sperduto della Francia meridionale, regione di foreste, di boschi e di leggende. Una terra che conserva intatto un fascino antico. Nel borgo di Marnas, da cui la gente sembra volerla mettere in guardia, conosce il sindaco, tale Charnot, che volente o nolente la assolda per un progetto di comunicazione visionario quanto anacronistico: scrivere un’elegia, un racconto fondativo come quello di cui tutti gli imperi hanno avuto bisogno per funzionare. Ma l’elegia di chi? Dell’uro. Uno di quegli enormi animali simili a tori dipinti dai nostri antenati preistorici sulle pareti delle grotte. Il dio di un tempo remoto che la scienza ha riportato indietro. Eppure, è davvero l’uro a essere elogiato? Pare che Charnot riveda sé stesso nella bestia e nella figura di capobranco, di essere superiore, di dio. Ma soprattutto, pare che gli abitanti di Marnas legittimino la sua pretesa, accettando di ricoprire il ruolo di branco. Un branco da incantare e manipolare. Un branco che può essere di erbivori preistorici o di modernissimi lupi, dotati di carabina da caccia…

Il testamento dell’uro, quarto romanzo di Stéphanie Hochet portato in Italia da Voland, inizia come una commedia, di quelle tipiche francesi, che sono sempre un po’ malinconiche, un po’ surreali e che ti fanno ridere facendo anche critica sociale. Poi però nella sinfonia si insinua una nota stridente. I toni cambiano. Entra in scena l’angoscia. La commedia assume tinte da thriller. Nel borgo di Marnas, la gente fa strani gesti quando vede il cartellone che riproduce l’immagine del sindaco Charnot. È la tipica situazione in cui tutti hanno qualcosa da nascondere e la scrittrice, incapace di reagire per tempo, cade nella trappola. Diventa l’animale in gabbia di un gruppo di fanatici che nel ritorno alla natura e allo stato animale vedono un superamento della condizione di uomo. In isolamento, vittima sempre più compiacente, un po’ preda della sindrome di Stoccolma, un po’ arresa, forse ipnotizzata, come se sulla casa dove viene rinchiusa (una casa apertissima, da cui potrebbe fuggire in ogni momento) fosse sceso un incantesimo, la scrittrice compie il dovere che le è affidato. Diventa una novella Virgilio e, su ordine di Charnot, scrive il racconto epico fondativo che sarà la base, il testo sacro, di un nuovo culto. E non il culto dell’uro, che ne è soggetto formale, ma della personalità di Charnot stesso, che fa della bestia il proprio simbolo. Della personalità di un uomo che si sente profeta di un tempo nuovo, che è allo stesso tempo un ritorno a epoche feroci e oscure. Il testamento dell’uro è un romanzo di grandi contrasti. Mette in relazione e fa scontrare uomo e natura, istinto e ragione, passato e presente, mascolinità e femminilità, in un intreccio di simboli e metafore in cui si sentono chiari e tondi gli echi dei populismi rampanti del nostro strano presente, in cui gli intellettuali e i comunicatori, come la scrittrice, si sottomettono, ipnotizzati dalla retorica, dal progetto, dal sentimento del branco.

 


 

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