Il testamento Disney

Simone sta andando a fare la spesa alla Esselunga di Genova con il suo Ranocchio,  un vecchio Garelli verde che regge poco le salite. Simone - quasi trent’anni, disoccupato, il padre disperso in mare ed una madre new age - ha uno strano rapporto con i supermercati, tende a perdersi. I supermercati gli ricordano Anna,  la sua ex fidanzata. Appena uscito dal supermercato, la sua attenzione è attirata da una scena insolita: c’è una ragazza, una zingara, che sta camminando verso alcuni bambini che giocano proprio lì davanti all’Esselunga. La zingara parla con uno di loro e poi lo porta via, fino ad una grande e lussuosa macchina nera! A cosa ha assistito Simone? Ad un rapimento? E perché quella zingara somigliava tanto ad Anna? Anzi, Simone ne è certo, quella zingara era Anna! Ma sono quasi dieci anni che Anna è scomparsa! Svanita un giorno nel nulla senza lasciare tracce. Forse viva, forse morta, forse nascosta da qualche parte per non farsi più trovare. Ed ora eccola lì! Ma Simone non è solo Simone, è anche Paperoga ed i suoi pochi amici sono Eta Beta, Paperetta, Gastone, Pluto, al secolo Roberto, Alessandra, Gastone (un’omonimia fortuita)… insieme sono il Club Pitagorico, a tenerli uniti qualche bislacca teoria alla X-Files, la passione per i fumetti, la tv e gli hobbit e soprattutto la possibilità di “oziare”, regola implicita del loro statuto. Anche Anna era una di loro e si chiamava Zenobia, un personaggio meno famoso, assai mutevole ed anche lei, come Anna, una meteora tra il cast Disney. La sua ricomparsa sollecita l’interesse di Eta Beta - l’unico di loro con un lavoro da investigatore privato per coppie in crisi - che trova presto una pista da seguire nella variegata subcultura delle leggende metropolitane…
È difficile spiegare minuziosamente la natura di questo libro, perché è molto più di quel che sembra. Il Club Pitagorico, i nomignoli dei personaggi, la surreale riapparizione di Anna/Zenobia, il fatto che Pluto non abbia nemmeno un vero e proprio nome e che il più delle volte si limiti a guaire o a stare rannicchiato per terra, l’accenno ricorrente ad una Genova parallela, una “stuntown” un po’ cinematografica, un po’ utopica, dove forse Anna si è rifugiata e dove tutti loro potrebbero vivere la stessa tranquilla “serialità” dei fumetti di cui portano i nomi, tutto questo è una grande costruzione fantastica che dà sicuramente al libro una sua bellissima singolarità, ma è anche una metafora sulla crescita e, meno palesemente, su ciò che è reale e ciò in cui si vuole credere. Zanotti usa la parola “trentennificazione”, in altre parole, il diventare grandi, o meglio la paura, il disagio di diventare grandi e di dover abbandonare non solo certe abitudini, ma un vero e proprio status mentale. Un mood in cui indugiare diventa un ristagno pericoloso, perché è là che le realtà si confondono ed anche quando tutto torna normale, la mente ormai è lanciata verso un inafferrabile luogo che non può (più) esistere. In questo senso, però, non lo definirei un testo dai mimetizzati risvolti drammatici, o un monito per eterni Peter Pan, perché in questo “male di crescere”, c’è un modo ancora libero di guardare il mondo, capace ancora di illudersi e sognare, di vedere ben oltre le cose così come sono; c’è una fantasticheria – che si riverbera tra autore e personaggi - che non è un difetto, ma un dono. In questo senso Zanotti ha saputo scrivere un surreale italiano compiutissimo, sia nel genere che nella sua ambientazione, tanto geografica quanto e soprattutto generazionale.

 

 

 

 
 
 
 
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