Il traduttore

Il traduttore

1956. L’Europa orientale è scombussolata dalla repressione sovietica della tentata Rivoluzione d’Ungheria, che porterà una scia di cadaveri e poca libertà. Il mondo è diviso irrimediabilmente tra Est e Ovest. A Milano, come in tutta Italia, alcuni simpatizzanti del Partito Comunista, che hanno sempre guardato all’URSS come al punto di arrivo, provano un certo turbamento davanti alle immagini che arrivano da Budapest. Tra questi, c’è anche il vicecommissario Ofelio Guerini, giusto nella capitale del Nord dalla più provinciale Ferrara. Come molti aveva creduto che il Partito avrebbe potuto modificare la situazione disastrosa che si era venuta a creare dopo la Seconda guerra mondiale. È sempre stato un poliziotto diverso dagli altri: poco incline al compiacimento becero del distintivo o alla chiacchiera come molti suoi colleghi, preferisce la solitudine e un piatto di trippa alla solita latteria. Proprio qui, riceve una chiamata dal commissariato che metterà fine al suo pranzo e gli comunicherà una morte cruenta: quella del famoso traduttore della casa editrice Feltrinelli, Cesare Paladini-Sforza. La sua portinaia l’ha trovato steso in un lago di sangue nel suo appartamento di via Borsieri, nel quartiere Isola. Un suicidio, apparentemente. Ma già dai primi istanti, l’aggettivo “presunto” viene aggiunto a sottolineare che in questo caso c’è in effetti qualcosa di strano. Non era forse lui che stava traducendo il romanzo di quel Boris Pasternak che tanto non piaceva al potere centrale russo? E se dietro quella morte ci fossero interessi superiori, difficili da comprendere per coloro che non hanno a che fare con lo scenario di guerra fredda che si stava profilando all’orizzonte?

Il giallo è un genere ingannevole. Sembra facile da praticare e invece smaschera facilmente chi non ha i giusti strumenti per scriverlo. Senza scomodare i grandi come Chandler o Simenon, molti hanno tentato e tentano ogni giorno di scrivere gialli, senza purtroppo riuscirci. Le potenzialità presenti in questo romanzo sono tante, ma poche sono soddisfatte al cento per cento. Il plot al limite dello spionaggio internazionale e la verosimiglianza della finzione, intrecciata con fatti realmente accaduti, sono affascinanti. L’attenzione al risvolto psicologico da parte dell’autore è perlomeno lodevole. Ma per tenere il lettore incollato alla pagina, un giallista deve nella maggior parte dei casi lavorare per sottrazione. Eliminare personaggi secondari poco utili allo svolgimento delle vicende narrate, non dilungarsi su dettagli che potrebbero appesantire il piacere della lettura o che non aggiungono nulla al chiarimento finale degli eventi, e, soprattutto, ridurre ogni rischio di verbosità narrativa. Il giallo dovrebbe essere per definizione scorrevole, fluido. Il racconto degli eventi ungheresi, ad esempio, dovrebbe qui rimanere sullo sfondo, così come l’eventuale passione calcistica dei protagonisti. I dialoghi troppo forbiti o ampollosi dovrebbero rimanere fuori dalle porte di un commissariato, principalmente perché nella realtà è così – ed era così anche negli anni ’50. Fortunatamente, verso la fine Biagio Goldstein Bolocan ci regala alcuni colpi di scena che vanno finalmente a dar vita ad una giusta suspense, che invece purtroppo all’inizio latita: e un giallo senza suspense è un giallo a cui manca un ingrediente essenziale.



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