Il trasformista

Il trasformista
L’ideale politico dei nostri giorni non è più il capo carismatico: il führer va bene quando il popolo si trova su una certa strada e vuole drasticamente cambiare rotta. Il monarca? Quello va bene quando il popolo è coeso spiritualmente, ancor prima che politicamente. Né va bene il “popolo sovrano”: quello può funzionare solo quando esso abbia una coscienza propria chiara e definita. Insomma, qual è l’ideale politico nei nostri giorni caratterizzati dalla “liquidità” (Bauman) di tutte le cose, dagli investimenti alle istituzioni, dalle relazioni alle credenze? Ebbene, il format politico che funziona oggi è quello del trasformista. Non nel senso di colui che sappia voltar gabbana all’occorrenza o che sappia arzigogolatamente negare ciò che ha detto a distanza di poche ore. Il trasformista di oggi è qualcosa di più: è uno che sa cavalcare l’onda del momento e governare “con la pancia” anziché con la mente (o, quanto meno, col cuore). È colui che ha capito che le cose cambiano così velocemente che non è più possibile (è, anzi, controproducente) ancorarsi a convinzioni salde e a strategie ben delineate: in un momento storico in cui tutto cambia all’ordine del giorno (e tutto, all’improvviso, può succedere), il politico deve saper essere espressione di questo tutto: non perché si possa rappresentare veramente ogni opinione, ma perché muoversi con un certo ritmo in mezzo ai flutti dà la sensazione al popolo votante di saper rimanere "sulla cresta dell’onda"...
Come rileva acutamente Stefano Bartezzaghi nella sua prefazione, la politica è passata negli anni dall’essere il Super-Io (per dirla nel linguaggio di Freud) del popolo, rappresentante dei suoi diritti e doveri, all’Es, espressione dei suoi desideri e delle sue paure. “Quando la politica potrà tornare a essere fatta su programmi, indirizzi riconoscibili e verificabili… libri?” si domanda. E il problema della nostra politica (e di questo libro) sta tutto qui: Civati - con la sua formazione filosofica, la sua esperienza e la sua lucidità - vola troppo alto per questa nazione. Non lo si dica né per una forma mal camuffata di piaggeria, né per il solito voler dir male dell’Italia. È invece allo stesso tempo un complimento e un vulnus: è il motivo per cui probabilmente piace a molti di più di quelli che voterebbero per lui, perché a gran parte di essi sembrerebbe troppo distante e poco concreto. Amaro paradosso per chi fa dell’“indagine della categoria del politico” la base per il suo programma. Che dire? Civati parla e scrive bene: soprattutto, ha qualcosa da dire (cosa che, come noto, non è di tutti). Per cui il libro è molto bello. Ma in Italia… chi li legge, i libri?

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