Il tredicesimo giorno

Il tredicesimo giorno
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Estate 1982. A Palermo il caldo è insopportabile, i medici suggeriscono agli anziani di stare in casa e bere molta acqua. Un ottuagenario passa le giornate seduto in poltrona a leggere il giornale. Lo legge tutto, da cima a fondo, senza tralasciare il più piccolo articolo o la più insignificante inserzione. E se per caso non riesce a finire tutto il giornale prima che cali il solo, lo finisce il mattino dopo, prima di iniziare quello nuovo. La sera del 12 marzo 1909 a Palermo invece faceva un freddo cane e pioveva. Seduto al solito tavolino del Caffè Oreto, in Piazza Marina, un uomo stava consumando la sua cena: spaghetti al pomodoro, pesce arrosto, patate fritte, formaggio al pepe, frutta e mezzo litro di vino. Era un uomo distinto, seppure non molto alto, sembrava un “signore”. Vestiva sempre di tutto punto, ma il tocco di classe era un cappello di feltro simile a una bombetta. La sera del 12 marzo l’uomo – che i dipendenti del Caffè Oreto chiamavano “il Forestiero” - aveva con sé anche un elegante ombrello nero con il manico intagliato. Quello era il tredicesimo giorno del Forestiero a Palermo e, anche se lui ancora non poteva saperlo, quella che stava consumando sarebbe stata la sua ultima cena...

Fabio Ceraulo – palermitano doc – scrive, come tanti suoi conterranei, di mafia. Solo che questa non è la solita storia. Quella che Ceraulo ci racconta è la storia – o meglio, il finale della storia – di Giuseppe, che da ragazzino emigrò con la sua famiglia negli Stati Uniti. Ottenne la cittadinanza, entrò in polizia, divenne molto bravo. Lo rimandarono in Italia a seguire una pista mafiosa e a Palermo morì assassinato. Tutti lo chiamavano Joe. Di cognome faceva Petrosino. Sarebbe passato alla storia. In questo romanzo mirabilmente costruito realtà e finzione si intrecciano tessendo una trama perfettamente riuscita, senza imprecisioni. La realtà è Joe Petrosino, poliziotto italoamericano brutalmente assassinato dalla mafia perché stava ficcando il naso in un caso troppo losco. Lo omaggiarono con dei funerali in pompa magna, gli conferirono la medaglia d’oro al merito civile e tanti saluti. La finzione è il protagonista di questa storia, ossia l'ottuagenario di cui sopra, che quel 12 marzo 1909 non aveva che 15 anni e che – guarda caso – lavorava proprio al Caffè Oreto, quello dove Joe Petrosino consumò la sua ultima cena. Ceraulo intreccia con maestria i fili della narrazione e ai fatti storici sovrappone lucidi spaccati della vita sociale palermitana di inizio Novecento. La trama che imbastisce potrebbe quasi essere definita romanzo corale. Ma non basterebbe, perché il romanzo è anche un po’ noir, un po’ biografico, un po’ storico. Un romanzo ibrido, insomma. Una bella sfida per chi scrive, una bella, bellissima storia per chi legge.



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