Il trifoglio blu

Il trifoglio blu
Atefeh è una ragazzina di dodici anni e vive in Iran, quel paese che una volta, come le racconta sempre il nonno, si chiamava Persia. Sembra che da quel periodo non sia passato molto tempo, almeno nei modi di relazionarsi, nel rapporto uomo-donna, nella cultura in genere. Atefeh ha dodici anni e una vita davanti. Ma che vita? Una vita che deve fare i conti con la morale, o perlomeno con una morale stabilita da una cultura ancora arretrata, la stessa che taglia i seni ai manichini dei negozi per non indurre cattivi pensieri, quella che obbliga una ragazzina nel pieno della sua fioritura a nascondere un accenno di forme sotto un velo, a fermarne l’esplosione e a uccidere, o tentare di uccidere, degli istinti naturali, fasi consuete della crescita. Consuete solo se la ragazza in questione non è iraniana. La piccola Atefeh, tuttavia, fa presto ad abituarsi, si cala dentro gesti che non comprende, pur celando nella sua mente immagini e domande legittime, prive di risposta. Una tacita rassegnazione che trova come valvola di sfogo, almeno parzialmente, il rapporto con una figura maschile fuori dal contesto. Orfana di padre e madre, Atafeh infatti vive con il nonno, rappresentante di una generazione che ha visto la guerra per l’indipendenza, gli scontri e il sangue di altri uomini scorrere sulla terra bruciata. Stretto in una cultura imposta da una “morale amorale”, dalla mancanza di senso critico e dalla falsità, l’anziano rievoca un passato troppo passato per sembrare reale. Incanta la nipote con i suoi racconti, costruendole l’utopia di un mondo possibile, migliore. Ma le illusioni, in quanto tali fanno presto ad essere distrutte, mentre l’ipocrisia e i falsi valori si fanno strada, celando sotto una superficiale giustizia conclusioni terribili e inaspettate…
Il trifoglio blu è la cicatrice che la protagonista del romanzo di Firouz Nadji-Ghazvini porta con sé in ricordo di un’infanzia spensierata, fatta di purezza e sentimenti veri. Un segno distintivo, un marchio indelebile, di vita e disperazione. Le pagine che raccontano la storia di Atefeh sono intrise di pathos, nel senso più puro del termine. Pathos inteso come passione: passione per la vita, fiducia nel cambiamento, ma allo stesso tempo sofferenza e orrore. Il narratore è apparentemente esterno. È una terza persona fittizia, perché riflette immagini e pensieri della protagonista, che si alternano a quelli del nonno. Si confondono, si completano e raccontano, purtroppo, una storia come tante, destinata all’oblio. Poche righe a trasmettere stati d’animo, tono oggettivo e soggettivo insieme. Un tentativo di raccontare la storia di Atefeh quasi in modo documentaristico e asettico, tentativo che fallisce, si dissolve e lascia il posto a considerazioni soggettive, anche se sottintese. La descrizione della “vestizione” della ragazzina è osmotica: è lo scambio tra la forza delle parole e le sensazioni di un momento. Che diventano di chi legge, a tratti svuotato, spesso disilluso, capace, suo malgrado, di conoscere già la fine della storia. La speranza risiede in un possibile colpo di scena, in un ribaltamento della storia. Eppure, purtroppo, stavolta non c’è. Tutto resta fermo e ciò che cambia lo fa in funzione della stasi culturale e del fallimento.

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