Il trillo del diavolo

Il trillo del diavolo

Trieste, agosto 1939. È passato esattamente un anno da quando i tre giovani violinisti hanno conseguito il diploma presso il Conservatorio Internazionale di Trieste: Vittorio italiano di origini polacche, Reinhardt tedesco glaciale, Hana una bella ragazza francese con sangue ebreo nelle vene. In un anno è cambiato tutto. Se Vittorio è rimasto in Italia a fare bella mostra del suo talento indiscusso, Hana è dovuta andare in Francia a causa delle leggi razziali e Reinhardt è tornato in Germania. Vittorio si sta esercitando su un pezzo di difficilissima esecuzione, la Sonata n. 35 di Giuseppe Tartini che nell’ambiente dei musicisti è meglio nota come Il trillo del diavolo. Una leggenda afferma che ogni volta che si esegue quel brano qualcosa di strano e inspiegabile accade. Puntualmente, uno strano fenomeno si manifesta: sullo spartito compaiono tre la che Vittorio non aveva mai notato prima. Opera demoniaca? No, niente di ciò. Poco dopo il giovane Vittorio viene fermato in strada da un uomo dal passo storto e zoppicante: lo ha chiamato “Viktor”, il nome che aveva da bambino, con chiaro accento polacco. Una missione lo attende, ed è legata proprio al folle mistero dei tre la comparsi sul suo spartito: non sono note musicali, ma tre pagine rimpicciolite all’inverosimile che, una volta ingrandite, riveleranno i piani di Hitler per invadere la Polonia. A Vittorio, che dovrà suonare qualche sera dopo a Parigi, il compito di consegnare i documenti alle potenze alleate e salvare la Polonia…

Pubblicato per la prima volta nel 1998, Il trillo del diavolo è un romanzo breve ambientato poco prima dell’invasione della Polonia da parte della Germania di Hitler, e quindi a ridosso dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Carlo Lucarelli non riesce proprio a essere banale, e racconta questo momento critico per la storia dell’umanità a modo suo, dando alla vicenda tinte quasi da romanzo di spionaggio. Il protagonista Vittorio è un ragazzo di diciassette anni, ma come spesso accadeva ai suoi coetanei a quel tempo si trova investito da una responsabilità immensa, e le sorti d’Europa e non solo potrebbero dipendere da lui, giovane polacco che agisce spinto principalmente dall’amore per la sua patria. Se ci trovassimo in un film, potremmo definire lo spartito di Tartini come un MacGuffin, cioè un espediente narrativo atto a creare suspense, ma che poi si rivela marginale per lo svolgimento della vicenda. Infatti il finale, amarissimo, non lascia spazio a nessuna speranza: è come se l’autore volesse comunicarci con grande nichilismo e con una dose di rassegnazione che la violenza e la follia che l’uomo è in grado di generare sono senza limiti e inarrestabili. Allo stesso tempo, però, è lecito riporre fiducia nei confronti delle nuove generazioni, che si mostrano capaci di mettere in difficoltà il sistema di odio del Terzo Reich, e si può guardare con ottimismo al futuro, augurandosi che gli stessi giovani siano i fautori di una nuova rivoluzione e della liberazione dai totalitarismi.



 

 

 

 
 
 
 

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