Il trionfo dell'asino

Il trionfo dell'asino
Venezia, 1656. Aristotele Cereri ha appena concluso per 50 zecchini un contratto “disonestamente giusto”. Dopotutto non sarà difficile rivendere quegli impalpabili pizzi intessuti di fili d’oro: la sua bottega è frequentata da diversi attempati patrizi che li acquisteranno per le loro giovani amanti. Chiude il libro dei conti, si bagna le dita e spegne la candela. Buio. La sua Lidia è come se fosse ancora lì, a sussurrargli che è tardi, che è ora di smettere, che s’era innamorata di lui perché era il più povero dei suoi pretendenti. Dà la chiave. Le stelle della laguna vibrano riflesse nell’acqua mentre la città è come sospesa nella calda notte estiva, in attesa dell’alba. Nessun presagio della tragedia imminente che quella notte, a pochi passi da lì, sta per travolgere la sua vita e la sua cara malinconia.
Sempre Venezia, 1676. “Mi chiamo Giacomo Crivelli e confidando o forse abusando della tua pazienza, gentile lettore, sono l’autore… ciò che ho raccontato fin qui mi è stato solamente riferito, mentre quanto mi auguro leggerai ora, è stato visto e udito dal sottoscritto”. Il giovane Giacomo Aldebrando Crivelli è figlio del Provveditore generale ufficiale di corte Aldebrando Arcangelo Crivelli. Ma, cosa che mette su tutte le furie il padre, non ha alcuna intenzione di ripercorrere la strada del genitore: vuole fare l’attore, che per i tempi vuol dire “il comico errante”, vuol dire girare l’Europa con una compagnia teatrale. E così una sera, dopo un messa in scena, si trova ad ascoltare il racconto di un uomo molto distinto che si presenta come Aristotele Cereri, ex mercante veneziano, ex combattente nella Serenissima Marina durante la campagna di Candia, ex discepolo e amico di Kostantin Théotokopoulos, conte di Patrasso. Uomo che quella stessa notte, appena terminato il suo racconto, gli rivolge un’inaspettata proposta: “V’interesserebbe andare alla ricerca di un tesoro? Forse del più importante tesoro della storia?”...
Non si tratta di forzieri di monete d’oro o di preziosissime reliquie trafugate da terre d’infedeli. Così come non si tratta di seguire il racconto dei 20 anni di avventure di Aristotele Crivelli, da quella notte veneziana del 1656 (il prologo incantevole del romanzo che difficilmente sarà eguagliato nelle pagine successive), all’incontro col co-protagonista nonché narratore della vicenda. Coerentemente con il contesto e la vicenda narrata dal romanzo, che si potrebbe in un certo modo definire un racconto picaresco che narra le vicende autobiografiche di un attore comico errante tra l’Italia e la Francia del ‘600, quel tesoro ricercato è proprio una commedia, “la commedia del re dalla nascita vile”. La vita di una compagnia teatrale, i viaggi, le città attraversate e la loro atmosfera, la corte del Re Sole, la ricca di beni ed insidie Venezia (partenza ed approdo del romanzo), abazie, labirinti, intrecci coi poteri oscuri della negromanzia, personaggi da farsa e misteriosi potenti, ricostruzioni storiche accurate e leggende di corte: un vero e proprio intrigo barocco, come cita il sottotitolo. Tanta carne al fuoco: certo cucinata dall’autore con eleganza, raffinatezza ed ironia, ma forse davvero troppa.

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