Il tuffo

Il tuffo
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Philipe “Moose” Finch è l’ambizioso vicedirettore del lussuoso Grand Hotel di Brighton, dove nell’ottobre 1984 si svolge un congresso in cui è ospite il Primo ministro britannico Margaret Thatcher: se tutto andrà bene, potrà aspirare ad un ruolo di maggiore prestigio e dare una svolta alla sua vita da quarantacinquenne divorziato con figlia a carico. La frenesia dei preparativi porta però Moose ad un infarto: lui che era abituato a gareggiare e vincere paure e vertigini dal trampolino adesso è fermo sulla pedana a ripercorrere la sua vita di flash in flash, schiacciato da un’esistenza grigia che fa male più di un tuffo di schiena. Grigia è anche la vita di Freya, che, al termine delle superiori, cerca di mettere in fila le sue di ambizioni ‒ soprattutto sentimentali ‒ con le priorità di una vita con i piedi per terra. È in bilico fra l’esistenza metodica e calcolata del padre e le aspirazioni di una giovane donna che crede e cerca ancora l’amore. Vuole andare via dalla monotonia di una vita fatta di straordinari alla reception, fatta di serate a casa con il padre dopo l’abbandono della madre, ormai lontana in America. Sogna la Spagna, sogna una svolta. Nelle loro vite invece si abbatte il ciclone dell’IRA: Dan da Belfast organizza infatti nella notte del 12 ottobre 1984 un attentato dinamitardo per colpire Margaret Thatcher e dare voce ai dolori della sua Irlanda. Ha vissuto l’umiliazione della conquista inglese, vive tutti i giorni di piccoli espedienti. In quella notte tutto precipita: il rumore, la bomba, l’onda d’urto, le vite e le ambizioni spezzate. Per tutti, senza vincitori né vinti, senza neppure un cambiamento, perché la Lady di Ferro resta illesa ed anzi da questo scampato pericolo rafforzerà la sua leadership

Attorno a questo fatto di cronaca si intrecciano le vicende immaginarie dei tre protagonisti del romanzo Il tuffo (titolo originale High dive): nelle tre settimane che passano fra il momento in cui l’ordigno a orologeria viene piazzato nella stanza 629 e il momento in cui esplode, Jonathan Lee segue la vita quotidiana di questi tre personaggi, le loro insicurezze, le loro paure, i loro sogni. Lee è un giornalista inglese che vive negli Stati Uniti: redattore e scrittore, ci consegna un libro asciutto, senza fronzoli. Questo però non vuol dire che sia un libro superficiale: al contrario nelle piccole vicende quotidiane si dispiegano i grandi progetti, soprattutto le intime aspirazioni, delle anime dei vinti dalla vita, quelle che tutti i giorni fanno un passo avanti verso una vita migliore cercando di costruire una storia diversa, nonostante tutto. Libro essenziale, spaccato di cronaca, in cui la macrostoria si intreccia con le microstorie, e che per questo non poteva non trovare la sua ambientazione ideale se non in un hotel, luogo di passaggio e di conoscenze superficiali, ma anche di confessioni. Un buon romanzo: Lee mostra un’accattivante ingegnosità verbale che riesce a coniugare le frasi spezzate destinate a cambiare con le più devastanti osservazioni mai fatte sul terrorismo. La critica diretta ed indiretta agli inglesi che occupavano Belfast ed agli irlandesi che organizzavano la resistenza attraverso le azioni terroristiche dell’IRA si materializza nella storia di Dan, un eroe negativo, un altro vinto, come tutti i protagonisti di questo romanzo.



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