Il valzer degli alberi e del cielo

Il valzer degli alberi e del cielo
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Auvers-sur-Oise, estate 1890. Marguerite ha diciassette anni e un’indole romantica, ribelle, ambiziosa e curiosa. È riuscita a spuntare da suo padre il permesso non solo di studiare ben oltre quello che è considerato necessario in quei tempi per l’erudizione di una donna, ma addirittura a farle sostenere l’esame di Stato, traguardo se non vietato altamente mal visto per una donna. Ben presto, però, deve rendersi conto che l’anticonformista dottor Gachet, il medico che cura i pittori più poveri e all’avanguardia in cambio di una loro tela, non ha in serbo per lei che una nicchia decorativa all’interno del loro ovattato milieu. La sua istruzione gli consente di esibirla agli amici più tradizionalisti come una curiosità esotica, ma, quando si tratta di considerarne le ambizioni, rifiuta di metterle sul piatto della bilancia, sacrificandole alla comodità di una promessa di matrimonio al figlio del suo amico castellano coltivatore Secrétan. Marguerite vorrebbe dipingere, ma è ben consapevole che non riuscirà a ricavare sostentamento da un’arte per la quale non ha altri talenti che quelli di un’alacre, accurata copista e sta progettando un inconcludente piano per fuggire in America con la sua amica Louise. Quando nella sua vita già densa di frustrazioni fa la sua comparsa il trentacinquenne Vincent la passione le rivela in tutta la sua forza dirompente: quella innanzitutto di Vincent per la pittura, che quasi lo possiede, lo “abita”, lo spinge a produrre 68 quadri nei 72 giorni di permanenza in paese, dove si è recato per farsi curare da suo padre, e, non ultima, la passione reciproca che vivono nei torridi pomeriggi trascorsi nella pensione dove lui alloggia…

È Marguerite la vera protagonista de Il valzer degli alberi e del cielo, è il suo sguardo che ci regala rapito la passione con cui Vincent dipinge gli scenari in cui è cresciuta e di cui, solo grazie all’opera potente, evocativa, quasi magica del suo amato, riesce a cogliere a pieno l’incanto. È sempre attraverso il suo sguardo ‒ che passa nel volgere di alcune pagine da ingenuo a offuscato dalla passione ‒ che scopriamo un Vincent sano, posseduto da una immensa potenza creatrice ma senza alcuna traccia dell’alone di follia e della leggenda tragica che la stampa scandalistica e una serie di complicità non del tutto disinteressate hanno creato attorno alla sua persona. Un uomo, Vincent, a cui l’autore non si riferisce mai per cognome, un pittore appassionato e affamato di vita, posseduto da molte passioni ma disposto a immani sacrifici sull’altare dell’unica divinità che adora. Un uomo attraversato da tutto lo spettro delle passioni umane e che avrà modo nell'arco dei 72 giorni durante i quali ne seguirà le prescrizioni, di ricredersi totalmente in merito alla natura di apparente mecenate del dottor Gachet. Jean-Michel Guenassia ritorna con quest’opera ai livelli magistrali de Il Club degli incorreggibili ottimisti, che gli era valso il Goncourt des Lycéens, e produce un capolavoro assoluto, in cui la vena creativa si fonde con una accuratissima ricostruzione documentale che svela il grande mistero della morte di Van Gogh, rintraccia alcune opere false immesse sul mercato da Gachet e apre una finestra sui miasmi razzisti, misogini, antisemiti che alla fine dell’Ottocento attraversavano come una potente corrente tutta la vita intellettuale francese, investendo letterati, pittori, intellettuali, poeti, filosofi che se ne facevano orgogliosi araldi.


LEGGI L’INTERVISTA A JEAN MICHEL GUENASSIA


 

 

 

 
 
 
 

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