Il Vangelo del fuoco

Il Vangelo del fuoco
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Iraq,  museo archeologico di Mosul. Theo Griepenkerl, linguista e ricercatore, sta contrattando per conto dell'Istituto di Studi classici di Toronto col signor Muhibb, curatore del museo, l'acquisto dei manufatti più interessanti. Muhibb sta piangendo miseria, e il canadese si sta innervosendo, non solo perché odi queste lagne da suq levantino, non solo perché è un amante del jazz nevrotico e sovrappeso, ma anche perché la sua ragazza  Meredith gli ha comunicato da poco con una telefonata intercontinentale di aver bisogno di “un po' di spazio per riflettere sulle sue priorità”: e una di queste priorità – riflette amaramente Theo – è senza dubbio un muscoloso fotografo di nome Robert. All'improvviso un'autobomba spazza via una parete del museo, Muhibb e le sue tattiche commerciali, oltre che ferire Theo e danneggiare gravemente un'antica statua vicino a lui. Dal ventre della statua emergono – intatti da millenni – 9 rotoli di papiro. Più tardi Theo verifica che contengono le memorie scritte in aramaico di Malco, cristiano convertito del I secolo: un racconto in prima persona della passione e della morte di Gesù Cristo che contiene alcune informazioni assolutamente rivoluzionarie che rischiano di minare le basi del Cattolicesimo. Theo una volta tornato in patria con i rotoli di papiro, si mette alla ricerca di un editore disposto a pubblicare questo incredibile quinto vangelo...
Michel Faber rilegge il mito di Prometeo per la serie “Myth” della Canongate Books con una satira della moda dei cristianesimi alternativi e dei thriller religiosi ma soprattutto con uno sguardo divertito e grottesco al dietro le quinte del mercato editoriale anglosassone e non solo. Contratti-capestro, addette-stampa sessualmente assatanate, tour promozionali massacranti, fan pazzoidi, recensioni su Amazon: nel breve romanzo non manca niente, anzi a punire la ùbris del protagonista arriva anche un complotto terroristico per togliere di mezzo la sua visione eretica della storia di Gesù, accusata nientemeno che di essere un complotto ebraico, satanico o tutti e due. Si sorride e ci si interroga, sferzati dalla prosa ironica e ritmata di Faber, che qui trascura del tutto gli scintillanti barocchismi del suo capolavoro Il petalo cremisi e il bianco. La gestione del plot da ¾ del romanzo in poi è un po' meno brillante, ma tant'è.

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