Il Vangelo secondo Gesù Cristo

Il Vangelo secondo Gesù Cristo
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La storia ce l’hanno già raccontata. Prima Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Poi, per tutti i duemila anni successivi, un po’ chiunque. Il figlio di Dio - fatto uomo nel grembo di una donna di nome Maria, sposata a un falegname - padre putativo di nome Giuseppe – scende sulla terra per redimere gli uomini dai loro peccati, morendo in croce per loro. Niente di nuovo, quindi, se non fosse per alcune variazioni sul tema; si comincia con un concepimento molto meno divino di quanto raccontato e dipinto nelle varie “Annunciazioni”, frutto di un rapporto carnale tra Maria e Giuseppe e non di un chiacchierata con l’Arcangelo Gabriele; si continua con Giuseppe che, salvato suo figlio dallo sterminio ordinato da Erode, verrà tormentato fino alla fine dei suoi giorni (33 anni, morto in croce per mano dei romani, causa equivoco) da sogni orribili e angoscianti. Gli stessi che, morto lui, farà Gesù, ma da una diversa prospettiva. Inquietato il ragazzo lascerà la  sua casa, cosa assolutamente inaudita per un primogenito. Ma tant’è, Gesù cerca la sua strada, finisce per mettersi a servizio di un misterioso personaggio chiamato Pastore, facendo con lui il mestiere omonimo, e per quattro anni continua così, fino alla prima apparizione di Dio. Informato di essere legato a doppio filo alla divinità, la vera vita di Gesù inizia: nelle sue peregrinazioni l’incontro con Maria Maddalena, la prostituta con la quale conviverà, il lavoro da pescatore – o meglio, da procacciatore di pesci- i miracoli, gli apostoli, la morte cruenta...
È sicuramente un libro particolare a partire dallo stile asciutto, essenziale, con una punteggiatura - tipica dell’autore - molto poco ortodossa, in cui non c’è spazio per virgolette, punti interrogativi o altro; l’intenzionalità linguistica è data dal ritmo degli eventi e dall’interazione dei personaggi. Il contenuto, colpevole della violazione di qualche dogma (la verginità della Madonna) o la negazione della divinità di Cristo, ha fatto gridare allo scandalo nel cattolicissimo Portogallo, patria di Saramago, o in Italia, ma la vera matrice rivoluzionaria di questo libro non è la rivisitazione poco fedele dei fatti evangelici, bensì la  spiazzante caratterizzazione dei personaggi. Giuseppe come da tradizione è paziente, fedele, ma qui appare anche incredibilmente più erudito, dignitoso e protagonista di quanto ci sia mai stato raccontato. È lui che percepisce la divinità del figlio, la vive e la accetta nei suoi conflitti interiori, mentre Maria, pur da spettatrice diretta di inequivocabili segni divini, è guardinga, spaventata - e ben lungi dall’essere la serva del Signore - non ottenendo guadagni immediati dalla “diversità” del figlio cerca di reprimerla con una petulanza e un’ottusità che rasentano la grettezza. E infatti, per questo umanissimo Gesù, la madre ha un ruolo marginale nella sua esperienza di vita; nella quasi passiva accettazione degli eventi che lo coinvolgono e che cerca di capire innalzandosi dall’esperienza concreta, lei, con le sue paure e la sua stupidità non fa altro che distrarlo, mentre molto pù determinante sarà il ruolo di Maria Maddalena, figura femminile dignitosa e discreta, a dispetto della sua professione. I due personaggi più interessanti, sono però Pastore, ossia Satana, e Dio. Immagini complementari e allo stesso tempo speculari: se dal primo ci aspettiamo crudeltà, otteniamo solo degli inquietanti momenti in cui le sue tentazioni ci appaiono se non allettanti, meno crudeli delle richieste di quello che dovrebbe rappresentare i buoni. Dio, infatti, non chiede a Gesù di morire per l’umanità: gli promette gloria in cambio di un incremento della sua fama. Anime come voti, rastrellate – questo non lo nasconde - pagando anche nei secoli un alto prezzo di dolore, sangue, guerre. Ma non si preoccupa né di questo, né della concorrenza del Diavolo. Non si tratta di salvare anime, si tratta di reclutarle, è una lotta per la  popolarità. È un Dio sicuramente diverso da quello misericordioso della tradizione cattolica e che fa sembrare quasi simpatico il Dio degli ebrei che mandava cavallette e piaghe assortite. Una figura controversa, che cela la riflessione di uno scrittore dichiaratamente ateo sulla religione e sulle sue conseguenze sociali in termini di odio tra i popoli e strumentalizzazione. È certamente una scelta radicale e che può urtare la sensibilità dei credenti, quella di usare divinità e personaggi oggetti di culto come attori di questa rappresentazione dei mali del mondo; eppure è una lettura interessante, un punto di vista inedito ma in fondo rispettoso e non così distante dagli insegnamenti dell’etica cristiana. Consigliatissimo, a meno che non consideriate l’apertura mentale come un peccato mortale.

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