Il vecchio farabutto

Il vecchio farabutto
La pessima fama di ottimo ladro ha permesso a Gáspár Borly, fattore tuttofare dei baroni Inokay, di conquistarsi il soprannome di vecchio farabutto in tutto il villaggio di Sulyom, Ungheria. Gottfried Inokay, il barone, decade giorno dopo giorno e tra aste, sequestri e impegni al monte di pietà, non gli è rimasto neanche un cavallo o una pianta d'agave nel giardino del castello. La sua nobiltà d’animo e di stirpe gli ha permesso di capire perfettamente che causa del prosciugarsi del patrimonio sono gli imbrogli del fattore, ma non ha certo voglia di controllare registri e rendiconti: ciò provocherebbe in lui solo volgare ed ignobile nausea. Tra il popolo c’è chi mormora che Borly sia anche capace di trasformarsi in cane, tanto è vero che un cane, mai visto prima, assai malvagio e uguale uguale al fattore, è comparso nel villaggio ogni volta che il vecchio dice di dover partire per Pest. Meglio tenersi alla larga da un personaggio del genere che non ha cuore, che è un bastardo anche nei confronti dei suoi nipoti Laci e Pista, gemelli identici nell'aspetto che non potrebbero essere più diversi dal punto di vista intellettuale perché Laci è il primo della classe e Pista è un idiota. E proprio per questo, secondo i crudeli ragionamenti del nonno-cane, Laci dovrà abbandonare la scuola per imparare il mestiere di fabbro e Pista dovrà continuare a studiare per  diventare prete o forse vescovo. Intanto, nel giardino del castello cresce come una rosa l’amore tra Laci e la baronessina Mária, ma una baronessina non accetterebbe mai di baciare un fabbro...
Nottetempo ripropone per la sua collana Il rosa e il nero, il romanzo che Kálmán Mikszáth, uno dei maggiori autori ungheresi tra XIX e XX secolo, aveva pubblicato nel 1906. Ambientato negli anni '60 del XIX secolo, quando stava per nascere l'impero Austro-ungarico, Il vecchio farabutto esplora un territorio geografico che per i lettori italiani è ancora troppo poco conosciuto ed unisce alla tradizione dell'avventura picaresca e agli intrecci tipici della commedia, la magia della serendipità, ossia del trovare non quello che si ricerca, ma qualcos'altro che fa deviare la storia in modo inaspettato. Come in ogni commedia che si rispetti non manca l’espediente dell'agnizione finale: la scoperta, sempre tardiva, dei protagonisti di aver giudicato male e di essersi troppo fidati dei pregiudizi. Curiosamente, anche il lettore è all'oscuro della realtà e diviene in grado di capirla solo a lettura ultimata, quando Kálmán Mikszáth, il vero e supremo burattinaio, decide di sciogliere gli enigmi per far sentire vittime di una beffa non solo le sue creature letterarie, ma anche i suoi lettori. Non manca il riferimento, ironico e sapientemente pungente, alla società ungherese del tempo, né il messaggio di critica, non troppo nascosta, ad una classe dirigente che forse non è più adatta ai mutamenti della storia contemporanea all’autore. Sebbene siano passati più di cento anni dalla pubblicazione di A vén gazember, questo il titolo originale dell’opera, vale ancora la pena di leggere questo romanzo, anche perché è ancora capace di strapparci tutta una serie di risate che sarebbe proprio un peccato lasciar appassire sui nostri volti.

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