Il velo di Maya

Il velo di Maya
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Ludo (la chiamano tutti così per diminuire il suo nome di battesimo, Ludovica) vive in provincia, in quelle città che sembrano morte in tardo autunno, quando il freddo mette “l’urgenza di tornare a casa”. Alle 19 c’è già il deserto dei tartari in giro: come si fa ad occuparsi di cronaca in un posto così? Già, perché lei collabora con il “Corriere cittadino” e la cronaca nera, quando c’è, spetta alle gerarchie “più alte” del giornale. Così si occupa del meteo, di quei trafiletti che compila con dovizia di particolari anche grazie a un amico di suo padre che lavorava all’Osservatorio regionale. E pensare che ha studiato la sua amata filosofia e potrebbe anche insegnarla! Anche la vita privata non è uno spasso. Pensa ancora ad Andrea, nonostante si siano lasciati da quattro anni, praticamente subito dopo essere andati a vivere insieme nella casa che Ludo ha ereditato dalla nonna e nonostante abbia ora un’altra storia. Infatti, a seguito di un incidente (viene investita sulle strisce pedonali mentre attraversava la strada), conosce Luca, medico assistente di ortopedia e dopo qualche mese si mettono insieme e vanno poi a vivere nella casa della nonna di Ludo, in una palazzina dai mattoncini rossi e le persiane color legno. In una sera di pioggia di fine novembre, rientrando a casa, Ludo scorge un “ingombro voluminoso” a ridosso del marciapiede, proprio sotto il suo palazzo. Sembra un manichino tanto è scomposto negli arti, con la faccia nascosta e i capelli sparsi a raggiera. Che strano, chi può averlo buttato proprio lì e di domenica sera? Solo l’arrivo di un automobilista che chiama i soccorsi le fa capire che in realtà si tratta di un cadavere...

C’è chi usa la musica e chi... la filosofia, come sottofondo del proprio romanzo. Ma fa bene Patrizia Geminiani a farlo, lei che l’ha studiata all’Università di Urbino (PU) ed è poi così brava a renderla alla portata di tutti, attualizzandola e applicandola ai casi concreti della vita. E il “velo di Maya” che a tratti, nel libro, c’era sembrato fosse solo davanti agli occhi della protagonista, in realtà cade per tutti proprio alla fine, dipanando una matassa che fin lì ha generato molti sospetti e poche certezze. Un libro piacevole e ben congegnato, dove nulla appare per caso, dove ad ogni pagina arriva una sorpresa o un colpo di scena capaci di tenere avvinghiati i lettori. E poi c’è l’ingenuità, o forse meglio la genuinità, della protagonista, quasi un invito a schierarsi dalla sua parte, a fare il tifo per lei, sperando in meravigliosi risvolti nella sua vita sentimentale e professionale. Divertenti i suoi “meteocittà.2”, soprattutto nelle parti sempre censurate dal responsabile di redazione, ma che riportano invece antichi saperi, spesso dimenticati, come il fatto che la Pasqua, secondo disposizioni di San Vittore I, papa dal 189 al 199 e di origini africane, debba essere celebrata la prima domenica dopo il plenilunio che segue l’equinozio di primavera (controllate il calendario!). Saggezza popolare insieme a Schopenhauer, Pascal, Platone, Kant, perché tutto serve, tutto spiega, tutto aiuta a capire, anche se poi non basta per schermare il cuore.



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