Il venditore di passati

Il venditore di passati
“Assicuri ai suoi figli un passato migliore” c’è scritto sul biglietto da visita di Félix Ventura, albino negro che a Luanda, capitale dell’Angola, fa il genealogista. Il suo mestiere, però, non consiste nel ricostruire, bensì nell’inventare: trafficare memorie, vendere il passato, di nascosto, come altri contrabbandano cocaina, fabbricando sogni che risultano spesso più verosimili della realtà. Félix divide la casa, che somiglia a “una barca (piena di voci) che risale un fiume” con un geco tigrato. Tutto fila liscio, finché alla sua porta non si presenta uno straniero dall’età indefinibile, il cui accento è un miscuglio di provenienze diverse e che non vuole rivelare nulla di sé, se non la professione: fotografo. Grazie ai servigi di Félix, assumerà l’identità del cinquantaduenne José Buchmann, originario di Chibia, figlio del boero Mateus Buchmann e dell’americana Eva Miller. Ma “il passato / è un fiume addormentato / sembra morto, respira a stento / sveglialo e sarà / una baraonda” dice una vecchia canzone, e la baraonda non tarderà a sfociare in tragedia...
A narrare le vicende di Félix Ventura e dei personaggi che gli gravitano attorno è Eulàlio, il geco chiacchierone che sa ridere (e confuta, quindi, l’assunto aristotelico secondo il quale il riso è prerogativa dell’uomo), colui che vede tutto e, per questo, si considera una specie di dio notturno che poi, di giorno, dorme e soprattutto sogna. I sogni di Eulàlio inframmezzano e ritmano l’intero romanzo, talvolta anticipando e talaltra chiarendo situazioni e questioni – e, significativamente, uno dei temi dominanti de Il venditore di passati è la dicotomia sogno vs. realtà o, più precisamente, la (con)fusione tra sogno e realtà, motivo che ha una lunghissima e gloriosa tradizione nella storia della letteratura, da Calderón de la Barca in poi. L’atmosfera sospesa, a tratti quasi kafkiana, deve molto anche al realismo magico (l’autore, José Eduardo Agualusa, ha dichiarato che il geco è una reincarnazione di Jorge Luis Borges, sorta di omaggio al grande scrittore argentino) che qui si mescola con la distopia di stampo orwelliano. Il romanzo è, infatti, anche una critica feroce alle manipolazioni e alle mistificazioni del passato e della Storia ad opera del regime di turno – come in 1984, alterando i fatti si fortifica il Potere. Paradossalmente, quindi, non è Félix Ventura il falsario, visto che lui, assieme alla fantasia, crea la realtà. Romanzo agile, che combina leggerezza e sostanza, ma soffre del cambio di atmosfera e di tono che giunge in prossimità del finale in maniera, forse, troppo repentina.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER