Il ventre del pitone

Il ventre del pitone
“Mi chiamo N'Guessan Ahou Cunégonde e sono nata trent’anni fa in uno dei dodici villaggi che laggiù, dalle parti dell'equatore, costituiscono il popolo degli abigì.”. Comincia così, in retrospettiva, il racconto di questa giovane africana, una donna che ha vissuto mille vite e tutte degne di essere raccontate. Cunegonde vive un'infanzia felice con i genitori e i fratellini in un paese dove le superstizioni e gli antichi rituali sono il saporito condimento di una vita semplice, guidata dai ritmi della natura. Con l'adolescenza scopre le gioie e i dolori dell'amore, e si rende tristemente conto di com'è ancora difficile essere donna in una società tradizionalmente maschilista. Abituata fin da piccola a darsi da fare e grazie alla caparbietà che la contraddistingue, dopo il disgregarsi della sua famiglia, la ragazza decide di intraprendere un viaggio della speranza tentato da tanti prima di lei: raggiungere l'Europa a qualsiasi prezzo, o quasi, per riscattarsi finalmente da un destino che sembra essere stato già scritto e che le va stretto...
Il ventre del pitone è la storia di un viaggio e di una vita raccontata con gli occhi disincantati di chi ha visto tanto, in troppo poco tempo e nonostante tutto non perde la speranza e la fiducia nell'essere umano. Cunegonde non è solo una ragazza testarda e sognatrice: è l'Africa stessa e la sua gente. Le varie tappe della sua vita - l'infanzia bucolica in un paese dove l'uomo vive in armonia con la natura e col tempo, l'adolescenza impregnata di riti magici nei quali lei non crede quasi più (viene perfino sottoposta a una specie di esorcismo per togliere l'incantesimo del diavolo, “causa” delle sue prime pulsazioni sessuali) -, l'età adulta segnata dal lavoro e dalla povertà, riproducono un'immagine autentica dell'Africa spazzando via (forse) alcuni pregiudizi ancora radicati. Dal lungo viaggio di Cunegonde attraverso buona parte degli stati nord occidentali dell'Africa, emerge un continente pieno di contraddizioni e contrasti sociali, sospeso tra misticismo, cristianesimo e una buona dose di fiducia nel prossimo, gli unici appigli che consentono agli abitanti di andare avanti e continuare a sperare. Ma non sempre la speranza e la bontà di alcuni (non tutti i poveri sono necessariamente buoni) garantiscono un finale felice: Cunegonde prova sulla sua pelle cosa vuol dire essere discriminata perché donna, povera, straniera, nera, senza lavoro e si rende portavoce di migliaia di immigrati che rimangono invisibili per la maggior parte del tempo. Un romanzo nel quale l'elemento di finzione è a servizio dell'inquadratura storico-sociale, dimostrando con le peripezie di Cunegonde e dei suoi conterranei che davvero  “il mercato colonizza lo stato molto più di quanto lo stato non colonizzi il mercato”, come afferma Sergio Latouche nella bella prefazione. Enzo Barnabà riesce a trasmetterci tutta la sua passione e preoccupazione per l'Africa e a lasciarci allo stesso tempo con una punta di malinconia, come se lì ci fossimo davvero stati, in qualche momento remoto della nostra esistenza.

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