Il viaggiatore oscuro

Il viaggiatore oscuro

È una sera gelida e tempestosa di fine febbraio quando la porta si spalanca. Fermo sulla soglia c’è Paul, un ragazzo “con la faccia stravolta, vecchia e giovane allo stesso tempo” e una giacchetta trasandata e logora, che tiene stretta in grembo una valigia fradicia e appiccicosa. Dietro di lui, “alto come una torre”, suo zio, Douglass Moore, lo conduce dentro casa, mentre sua moglie Lisa e i figli Norah, Tom e Christopher gli riservano un caldo benvenuto, offrendogli una crumb cake appena sfornata e un caffè. Ma Paul è imbarazzato, nervoso e impacciato. Con le mani tremanti si ingozza di torta, facendo cadere una pioggia di briciole sulla tovaglia. Per il ragazzo la stanza è buia e le persone intorno sono soltanto voci. Poi a un tratto i suoi occhi azzurri e brillanti tornano a vedere, così si alza, incespicando goffamente e “facendo un inchino lesto e nervoso”. “Mrs Moore! Sono tanto felice di essere qui” esclama. E si rimette a sedere, completamente esausto...

“La voce di Josephine Johnson è pacata, composta, profondissima e autorevole. Non urla, non si sbraccia, non denuncia apertamente. È compassionevole, ma non offre risposte. Senza mai indulgere in facili patetismi, fa del rigore la sua cifra stilistica”. Nella rubrica “La scatola nera del traduttore” Stella Sacchini sottopone Il viaggiatore oscuro a un’analisi puntuale, esaminando la scrittura e le tematiche, oltre a renderci partecipi del viaggio “sofferente e sofferto” ma anche “estatico ed estasiato” che ha compiuto nel tradurre il romanzo della Johnson, vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa nel 1935 a soli ventiquattro anni con Now in November, e ora finalmente tradotta e pubblicata in Italia in un’elegante veste grafica. Il viaggiatore oscuro è un’opera densa di lirismo, che sgorga spontaneo dalla pagina, e la cui prosa si fa ancora più potente e suggestiva quando l’autrice dà voce direttamente all’angoscia opprimente che consuma Paul dall’interno e alle allucinazioni che germogliano nella sua mente divisa. La narrazione in terza persona si alterna ai frammenti del diario del ragazzo, che scrive su un libro maestro con un mozzicone di matita, provando a farsi coraggio (“Quel che devo fare è semplicemente tralasciare i processi della mente e vivere, soltanto vivere”) per affrontare “le battaglie lunghe e disperate” contro i suoi spettri e liberarsi una volta per tutte dai “fardelli intollerabili”.



 

 

 

 
 
 
 

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