Il viaggio di Yash

Il viaggio di Yash
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A un tavolino laterale, posizionato accanto alla parete, siedono due giovani e belle ragazze. Il cameriere è stato da loro già cinque o sei volte, andando e venendo, portando bicchierini pieni di liquore, riprendendoseli vuoti, riconsegnandoli di nuovo pieni e così via, mentre una sigaretta brucia via dietro all’altra. Hanno l’aria maliziosa da donne fatte e tra un tiro e l’altro mandano giù un sorso, mentre si scambiano reciprochi sguardi da innamorate o quasi. I loro occhi sono arrossati e impauriti. Sembra che abbiano, proprio ora, nella prima notte del viaggio, ubriacato la loro castità. Ora sono più vicine, sempre di più, l’una all’altra. Sono belle e ben formate. Un po’ troppo rotondette, in tutta onestà, per essere delle classiche ragazze come ce ne sono tante, in media, in America, ma i loro corpi pieni danno un’immagine di benessere, che però diventa un po’ inquietante da osservare quando ci si ritrova come a sbirciarle da vicino e paiono una coppia di ardenti gemelle siamesi che per lo più rimangono in silenzio e ogni tanto fanno scivolare fra di loro una parola che più che altro pare un flebile mormorio. I camerieri distolgono lo sguardo. I pochi passeggeri presenti in quel luogo distolgono lo sguardo. Solo uno, incredibilmente già ubriaco fradicio, le fissa. E ride a squarciagola. È così pressante che le due, a un certo punto, vanno via…

Jacob Glatstein nacque come Yankev Glatshteyn a Lublino, in Polonia, nel 1896. Nel 1914, poiché nella sua città i venti dell’antisemitismo spiravano in maniera sempre più forte e pericolosa, emigrò negli Stati Uniti, a New York, presso lo zio. Divenne così, pian piano, uno dei più importanti poeti, narratori e critici letterari yiddish ‒ per lingua yiddish si intende l’idioma, simbolo e sintesi della relativa cultura, parlato dalla maggioranza degli Ebrei stanziati nell'Europa centrale e orientale e di quelli emigrati da lì negli USA, che coniuga elementi, tedeschi, neolatini, slavi ed ebraici ‒ della storia a stelle e strisce e globale. Non un Singer, certo, ma comunque un autore di prima grandezza. Nel 1934 la madre è in punto di morte, e lui torna in Europa per dirle addio. Fa, insomma, il percorso inverso di quello che tentano di compiere molti altri dalle simili radici: attraversa l’oceano, la Francia e soprattutto la Germania dove da più di un anno gli elettori hanno fatto salire al potere un certo Hitler. Questo fatto vero è il pretesto per il romanzo, corale, intimo, sperimentale, raffinato, psicologico, biografico, pieno di livelli e chiavi di lettura, molto descrittivo, variegato nella rappresentazione dell’umanità dei numerosi personaggi e delle differenti situazioni, introdotto in questa edizione da Ruth Wisse, nata in Ucraina e docente a Harvard, che è soprattutto una grande riflessione – divisa in due parti, come diversi appaiono i mondi di qua e di là dall’Atlantico, Quando Yash partì e Quando Yash arrivò – sul tema dell’identità e della necessità che non si perda la memoria perché altrimenti si perde la storia, la consapevolezza, la testimonianza, e ci si espone a vecchi rischi che sembrano nuovi perché si è dimentichi dei precedenti.



 

 

 

 
 
 
 

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