Il vichingo nero

All’interno del manoscritto medievale Landnámabók è riportato un frammento attribuito a Bragi il Vecchio, presunto poeta di corte del re Hjör, signore dell’antica casata reale di Avaldsnes (la più antica sede reale della Norvegia. I versi di Bragi nel medioevo circolano in sei diverse trasposizioni, imputabili al fatto che si tratta di cultura orale trascritta solo secoli dopo. In tutti il contenuto concorda: Liúfvina, moglie di Hjör, nell’846 d. C. dà alla luce due gemelli che non hanno tratti norreni, sono brutti e di pelle scura, hanno infatti ereditato i tratti della madre, originaria dell’antica regione del Bjarmaland – odierna Siberia – terra delle tribù samoiede. La regina scambia i gemelli dopo il parto, li affida a un’ancella in cambio del suo neonato dall’aspetto vichingo. Solo tre anni dopo confessa a un re assai turbato la verità. Nella Hálfs saga si narra della reazione di Hjör, sconcertato alla vista di “una simile heljarskinn”, una pelle così scura. Si presenta anche un ulteriore problema, il regno è uno e non deve essere diviso, questo comporta una scelta precisa da parte del sovrano. Un solo erede. I bambini vengono istruiti secondo le usanze vichinghe, sono considerati uomini verso i dodici anni, sanno combattere, usare la spada, cacciare, governare una nave, memorizzare e declamare poesie – la più importante forma culturale all’epoca – ed è verso l’861 che il sovrano organizza una spedizione navale per la regione del Bjarmaland, terra popolata da trichechi, enormi “pesci” dalla cui pelle opportunamente trattata è possibile ricavare corde fondamentali per le navi, e un re vichingo nel IX secolo mostra la sua forza dalla grandezza della flotta navale che possiede. Inoltre dal grasso dei trichechi è ricavato un olio molto richiesto e, poiché l’avorio africano non è facile da procurare, anche le loro zanne rappresentano uno dei prodotti più ricercati. I rapporti con i bjarmi sono vitali, da qui il matrimonio con le loro donne per stringere alleanze e la necessità di mantenere attivo il commercio, nonostante il lungo e faticoso viaggio via mare. Quando Hjör intraprende la spedizione conduce con sé solo il figlio Geirmund e lascia ad Avaldsnes Hámund. La traversata li conduce fino a Capo Nord e lungo la costa sono numerosi gli approdi per rinsaldare alleanze e procurare approvvigionamenti. La fine della traversata arriva sulle coste della gelida terra del Bjarmaland. Geirmund ha ora di fronte un popolo che gli somiglia e grazie agli insegnamenti di sua madre, la lingua e le usanze, non ha difficoltà ad adattarsi. Il re lo sorprende organizzando per lui un matrimonio con una giovane bjarma, lo scopo è sempre e solo uno: il commercio. Ma il colpo maggiore il ragazzo lo ha quando il padre lo abbandona lì, salpando con tutto l’equipaggio, una volta conciate le pelli e caricato l’olio lavorato, per fare ritorno in patria. È in questo momento che Geirmund Pelle Scura, il vichingo nero, scopre di non essere lui il gemello prescelto per ereditare il regno…

Quanto può essere sorprendente scoprire che è esistito un vichingo dai tratti somatici mongoli? Un vichingo che non corrisponde all’immaginario collettivo, occhi azzurri e lunghi capelli biondi, ma possiede occhi a mandorla e pelle scura. Insomma, levatevi dalla testa Ragnarr Loðbrók e sostituitelo con Gengis Khan. Bergsveinn Birgisson ha circa dieci anni quando rimane incantato dai racconti del vecchio amico di famiglia Snorri Jónsson, che visita la sua casa a Reykjavík e descrive la sorte di un gruppo di schiavi irlandesi sfuggiti al potente vichingo Geirmund Pelle Scura. Una suggestione resa ancora più efficace dalla consapevolezza che quell’uomo leggendario è un suo antenato. Elementi destinati a determinare un percorso di vita che conduce Birgisson a dedicare oltre vent’anni alla ricerca storica, toponomastica e archeologica per seguire le tracce di Geirmund, supportato dai suoi studi e da un dottorato in filologia norrena. Delusioni, porte in faccia e risatine di scherno in ambito accademico si susseguono e si alternano a piccole scoperte che equivalgono a emozionanti vittorie. Il vichingo nero, pubblicato per la prima volta nel 2013 e tradotto in numerosi paesi, non è solo un saggio, ma è un simbolo di determinazione e abnegazione. Birgisson racconta nel volume una conversazione immaginaria col suo avo, nella quale gli descrive il lavoro che porta avanti, un lavoro immenso che non offre fama e ricchezza, neppure la fiducia dell’editore, ma che considera come un “canto del cigno” per uno studioso appassionato di una disciplina al tramonto. Le difficoltà incontrate sono molteplici. Nel 2010 in Siberia, sulle tracce dei samoiedi, ha affrontato una sala con 400 presenti scettici, che ascoltavano le sue teorie ridacchiando e mormorando. A rendere difficile ricostruire la vita e le imprese di Geirmund è lo scarso materiale archeologico, senza il quale le migliori teorie restano solo storielle. Non si sa come sia morto e dove sia sepolto e a differenza di altri condottieri vichinghi su di lui non sono state tramandate saghe. I dubbi e le domande sulle ragioni di questo oblio sono legittimi. Che sia perché considerato uno schiavista, data la quantità di catture in Irlanda per lavorare nei suoi possedimenti in Islanda? Al di là delle scarne fonti e di ciò che grazie alla toponomastica è stato ricostruito, molto non verrà alla luce, ma non è questo che conta: “vorrei dedicare questo libro a tutti coloro che raccontano storie ai propri figli – che siano vecchie o nuove, vere o mendaci. Non è mai detto che cosa possa venirne fuori”.

 


 

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