Il vicolo della polvere rossa

Il vicolo della polvere rossa
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Un vicolo di Shanghai, dal 1949 al 2005. Dalla Piazza Tian’anmen di Beijing, il primo ottobre 1949 Mao Zedong proclama la fondazione della Repubblica Popolare Cinese guidata dal Partito Comunista; il generalissimo capo del governo nazionalista Jiang Jieshi (Chiang Kai-shek) si rifugia nell’isola di Taiwan. La Costituzione arriverà 5 anni dopo, i “cento fiori” 7, la rivoluzione culturale 17 e via così fin quando, nel 2005, il PIL cinese crescerà ancora del 9,9%, una media annuale costante nell’ ultimo ventennio. La Storia statuale ed evenemenziale della Cina può essere vissuta e narrata dal microcosmo di una viuzza centrale di medie dimensioni di Shanghai, con stradine secondarie e facili accessi a luoghi importanti. Un padrone di casa vi introduce uno studente appena iscritto al college e potenziale inquilino, lo invita ad ascoltare le conversazioni sociali che vi si svolgono ogni sera per decenni, con protagonisti decine di personaggi, le loro fortune e sfortune, casi e caos, andate e ritorni, contingenze e lunghe durate. A causa della propaganda negativa sui comunisti, i ricchi della città avevano cominciato a fuggire con tutti i loro averi già nella primavera 1949, il governo era crollato, lui aveva portato sulla strada una lavagna e vi scriveva il Notiziario delle notizie politico istituzionali del giorno, aggiornando i successi della giovane Cina socialista. Ogni tanto accade qualcosa d’interessante anche nei loro shikumen, il tipico gruppo di abitazioni a due piani (un tempo per una sola famiglia, dagli anni cinquanta per oltre dieci), stipiti d’ingresso in pietra, cortile interno comune: il commiato per un caro amico in partenza verso Hong Kong o l’improvviso ritorno di una giovane infermiera (data per morta) da un campo di prigionia in Corea…

 

Qiu Xiaolong insegna letteratura comparata alla Washington University di Saint Louis e vive (emigrato) negli USA dal 1989. Ha moglie e figlia, è poeta e traduttore, scrive gialli dal 2000 e li consegna in inglese, innanzitutto alla critica e al pubblico americano, dai quali molto è stato premiato. Qui raccoglie con un unico filo narrativo oltre venti storie di granelli di sabbia (alcune riprendono ad anni di distanza, qualche personaggio ritorna, resta sempre il vicolo in cui si tramandano), prendendo sempre spunto da una notizia della grande storia dei notiziari ufficiali per vederne l’effetto (pure solo come sfondo) nella vita quotidiana di tanta povera gente, ogni volta voci commenti chiacchiere dialoghi pensieri in qualche modo connessi. I suoi romanzi (per certi versi anche questo lo è, datato 2010) risultano un successo in tanti Paesi e, con tagli e modifiche (la città non può essere menzionata, compare con la lettera H, in inglese), circolano (tradotti in ideogrammi) anche in patria, dove torna almeno una volta l’anno per aggiornarsi, con ironia e malinconia. Il nome del vicolo (e del libro) richiama la polvere di cui tutti siamo fatti e le connotazioni tipiche del colore (passione, sacrificio, vanità, rivoluzione). Lo stile è sempre garbato e allusivo, con frequenti citazioni di poesie e proverbi, trasmette con omeopatia e isomorfia una cultura molto diversa da quella occidentale. Qiu ha fatto molte di quelle esperienze e poi si è dovuto immergere in tutt’altro contesto. Con coraggio ora racconta quanto accadde e quanto sarebbe potuto accadere intorno a lui (o gli è stato riferito). Non bisogna aver fretta quando lo si legge, alla fine la Cina e i cinesi si capiscono meglio, senza pregiudizi e ideologie.



 

 

 

 
 
 
 

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