Il visitatore

Il visitatore
22 Aprile 1938. Vienna. Berggasse 19. Nello studio del noto medico Sigmund Freud irrompe la Gestapo. Il vecchio psicanalista è stanco e malato: un tumore alla gola non gli lascerà più di qualche mese di vita ancora. Sta discutendo con Anna, sua figlia, che cerca di convincerlo a firmare il documento che consentirà loro di lasciare l’Austria, ormai nelle mani del Reich, per trovare rifugio all’estero. Una parola di troppo e la Gestapo si porta via la donna per interrogarla. Freud resta solo; è spaventato, fragile come poche volte e si aggira inquieto nello studio. All’improvviso dalla finestra entra un uomo. Chi è? Cosa vuole? L’uomo, elegante e curato, non dice nulla di sé. Sa molte cose, invece, del vecchio dottore, cose che nessuno conosce. Lo trascina in uno scambio di opinioni serrato, ironico, profondo, a tratti quasi surreale. Lui lascia intendere. Freud vuole quasi crederci. È forse un folle che si crede Dio? E se fosse davvero…
Tradotto in quindici lingue e rappresentato in venticinque Paesi (in Italia l’ultima volta per la regia di Valerio Binasco, con Alessandro Haber e Alessio Boni), questo atto unico dello scrittore e drammaturgo belga Eric- Emmanuel Schmitt è andato in scena per la prima volta a Parigi nel 1993 e ha vinto diversi premi prestigiosi. Durante le diciassette scene che compongono l’opera ha luogo un dialogo intenso tra il Padre della Psicanalisi e uno sconosciuto che non svela la sua identità subito ma conduce piano il medico a riconoscerlo e soprattutto a rivedere le sue certezze, complice lo stato alterato causato dall’arresto della figlia. Si tratta di un testo breve che si legge agilmente e diverte anche, ma soprattutto lascia il lettore (e presumibilmente lo spettatore) con tante domande. Su tutto, tra le parole spesso dure di Freud, il dolore dell’Uomo che ha bisogno di credere ma non sa più in cosa, dello scienziato che aborrisce il valore anestetico e consolatorio di ogni credo ma che, nudo davanti alla paura, vorrebbe averne uno a dispetto della ragione. Ma c’è tutto quell’orrore, adesso anche a Vienna, che si espande e pare negare ogni ragione ma anche ogni dio. Il pensiero corre alle parole di Primo Levi: ”C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio”. Non meno efficaci, spesso brevi e taglienti, le parole di Schmitt: ”Vede, qui ci siamo solo noi, due uomini con la loro sofferenza… È per questo che Dio non esiste. Il cielo è un tetto vuoto sul dolore degli esseri umani…”.

 

 

 

 
 
 
 
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