Il vizio della lettura

Il vizio della lettura
La New York dei primi del Novecento corre alla massificazione, industriale e commerciale, trampolino di lancio per gli splendenti anni Venti che chiuderanno una curva con i decadenti ed emancipati Trenta. Non si fa aspettare neanche la crescita esponenziale della produzione e, di più, della fruizione culturale. I libri si diffondono capillarmente sul e nel territorio nazionale ed internazionale: chiaramente tutto ulteriormente amplificato nell’upper class, se non upper upper class newyorchese, terreno arato per raccogliere il seme della riflessione. Nasce così una nuova ma sempre meno rara bestia ibrida, il lettore meccanico. Non è più un primiparo che si approccia alla letteratura con passo incerto, religioso, semplicemente onnivoro per bramosia di crescita. E non è ancora l’intellettuale vero, colui che ha fatto della parola scritta la sua ragione di vita. Il lettore meccanico legge per luogo comune, così come parla: non è onnivoro, è bulimico, eppure non è disposto a riconoscersi che come emblema dell’emancipazione, senza remore di battersi con il proprio parere, formato “inconsapevolmente” da patchwork di altri (“Sei solo la copia di mille riassunti”, diceva la canzonetta) e dissenso - perché la diffidenza dà un tono. Ma i danni che questi causa sono da reazione a catena: un lettore meccanico provoca uno scrittore meccanico e, peggio, un critico meccanico, abbattendo pezzo da domino dopo pezzo da domino la Letteratura, che inizia a girare su se stessa, e blocca la sua crescita disastrosamente…
Prima di Ethan Frome, che piace tanto alla critica, prima de L’eta dell’innocenza che piace un po’a tutti (al lettore meccanico?), Edith Wharton scrive questo sfiziosissimo e provocatorio libello sul vizio della lettura. Sfoderando il sarcasmo di chi usa la penna - e la lingua - scegliendo le lame con cura, tra fendenti e taglietti Wharton incide l’identikit di un piccolo mostro che era contemporaneo allora come lo è adesso. Che sia un atteggiamento che ciclicamente si ripete nei periodi in cui la società tutta crede di essere a quel punto della storia in cui non è più necessario apprendere nulla, ma solo pontificare pesando di essere ormai arrivati e stanziati su qualche vetta per altri inespugnata? Ed eccolo lì il Meccanico (lettore, scrittore, critico), che non si illude, non si stupisce, non si addolora, non si commuove e non crea né cresce mai veramente. Divora i libri perché deve, perché è così che si fa, perché non si può permettere di non rimanere al passo e nel galoppo smette di chiedersi dove sta andando e perché, se vuole davvero percorrere quella strada. Non vede chi incrocia il suo cammino, tutto quello che gli rimane è il galoppo, ma verso cosa nessuno lo sa. Solo lui pensa di saperlo. Purtroppo le sue intuizioni raramente sono esatte. Avvelenata ma sempre divertita la considerazione non è sagace tanto perché ci mette in guardia contro un prototipo di essere umano che potremmo (e possiamo) incontrare sul nostro cammino, quanto per il pungolo che infila sotto il nostro costato, che fa interrogarci sullo stereotipo che ognuno ha - in piccola o grande parte - dentro; quell’omino annoiato ma presuntuoso che non è disposto a farsi insegnare nulla da chicchessia, ma che comunque spesso non ha la forza di accendere l’interruttore dello spirito critico, credere in qualcosa ed evolvere. Edith urla: “Combattiamolo!”.

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