Il volo interrotto

Il volo interrotto

Antoine de Saint-Exupéry, aviatore e narratore, è un uomo e, in quanto tale, sogna e tenta grandi imprese: il raid aereo Parigi-Saigon (in cui auspica di superare il precedente record di velocità) ne è la prova suprema. È il mattino del 29 dicembre 1936 quando, dopo aver carezzato col dorso della mano le ali del “Simoun”, il suo aereo, l’uomo, insieme al suo meccanico Prévot, decolla da Le Bourget, in compagnia di “un tempo da genesi”: di venti che gli paiono simili a “steli disseminati di spine”. E, lentamente, il mondo – la terra – gli muore intorno e, con la notte, nascono le stelle, “duri diamanti” che s’inseguono, come sospinti dai venti. Ma si tratta, tuttavia, d’una magia di breve durata, interrotta e strozzata da un “formidabile scricchiolio” che li riporta giù, alla terra, tra le aride e ottenebranti sabbie del deserto libico, come “consegnati alla discrezione degli dei” e mossi dalla sola “malattia” della sete, fino a specchiarsi e riflettersi, quasi completamente, nella belva che è il deserto…

Il volo interrotto è la fusione di sei racconti in cui Antoine de Saint-Exupéry (pilota di cargo postale e, poi, nel corso della guerra aviatore e scrittore) descrive per il giornale “L’Intransigeant”, la sua disavventura, nello stesso 1936. Ne vien fuori il suo lato più autenticamente umano: pur non essendolo ancora, egli è già, pagina dopo pagina, lo scrittore introspettivo e saggio (che tutti amiamo) de Il piccolo principe – un po’ come se tale racconto svelasse il dietro le quinte di quello che sarà il grande capolavoro di Saint-Exupéry, e nel leggerlo è come se lo spiassimo, scorrendo motivi e comparse di ciò che era stato nella vita e doveva ancora nascere dalla penna. In una prosa in cui le sensazioni, riportate a galla, si fanno visibili e finanche tangibili, già dimostra – appena all’indomani dalla tragedia sfiorata – chiara coscienza delle proprie emozioni, come dell’esistenza; il tutto è distillato in un raccontare accurato ma breve e frammentato, che conserva la sacralità d’una preghiera fatta all’Uomo. Il pathos è alleggerito, sgranchito da ogni forma di descrizione statica e fine a sé stessa. Tutto, ogni parola e ogni emozione, ha un senso altro e ultimo: come in ogni esistenza… tutto propende verso lo straordinario miracolo dell’essere Uomini: “Il deserto si è animato […] tutti i miei amici, tutti i miei nemici in te camminano verso di me. Non mi sembra che mi salvi: mi sembra che mi perdoni”.



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