Il volto nascosto

Il volto nascosto

Il tempo a Roma sta peggiorando. La giornata era cominciata con una temperatura piacevole, quasi calda per essere aprile, ma nel primo pomeriggio - proprio mentre Ernesto Finzi sta recandosi a casa Paladino - il cielo si è fatto improvvisamente minaccioso e i tuoni sembrano provenire da poco lontano. Ernesto accelera il passo e, una volta arrivato, suona subito il campanello, per evitare la pioggia; voleva godersi la passeggiata, prendersi tempo per riflettere e perdersi nei suoi pensieri, ma il tempo non glielo ha concesso. Così, un po’ trafelato, giunge al pianerottolo di Carla e non appena la vede cerca di trascinarla a sé per darle un bacio, ma è un gesto automatico, poco convinto; Ernesto non è a suo agio per l’affanno della corsa, il sudore che percepisce sulla fronte, lei si allontana. I due entrano in salotto. Lei gli si stringe addosso, dopo avergli fatto togliere l’impermeabile. Lui cerca nuovamente di baciarla, non volendo perdere un’altra occasione, più deciso, ma lei non accetta troppo impeto, si scosta, forse vuole solo essere accarezzata. Ernesto non capisce questo atteggiamento capriccioso, si discosta a sua volta, finge di guardare dalla finestra il cielo rabbuiato, la pioggia scrosciante, simula disattenzione. Pretende chiarezza. Le chiede se è legittimato a pensarla giorno e notte, perché questa è la verità: ha in mente solo lei, conta le ore che lo separano dal prossimo incontro, ma lei? Lei cosa sente, perché lo tratta in questo modo scostante? Carla non capisce o, almeno, dice di non capire, che il suo modo di essere è quello di sempre, che lei non può giurare di amarlo per sempre, mentre Ernesto vuole proprio questo e le promette che non la lascerà mai...

Scomporre i singoli gesti, vedere come iniziano, come si evolvono, si sviluppano ed esitano, studiare le posizioni dei corpi nell’ambiente (la prossemica), evidenziare quanto due persone si avvicinano, con le loro mani, tra di loro, e poi si allontanano; spiare come lui e lei si guardano, si toccano, si spogliano per fare l’amore oppure si svestono ai lati del letto per andare a dormire, l’uno distante dall’altra. Giorgio Montefoschi anche in questo romanzo non smentisce la sua abilità nel cogliere l’essenza di alcune azioni sviscerandole con occhio clinico e riportandole con scrittura rigorosa, facendone cogliere le intenzioni, svelandoci i desideri e i pensieri dei protagonisti senza renderli manifesti, quasi come se stessimo guardando un film muto, quasi come un dialogo in più rendesse il tutto volgare, ostentato, facile. Invece, la lettura del romanzo fa pensare, non ha l’immediatezza di certi prodotti atti a essere comprati, utilizzati e magari, infine, buttati; ha una lenta eleganza, un passo regolare, da meditazione. È una storia di dubbi, di non detti, di stagioni che si susseguono e ingranaggi che si incagliano, di coppie in cui l’identità si fa tema principe. Viene in mente, durante la lettura, quel famoso aforisma di William James: “Quando due persone si incontrano ci sono in realtà sei persone: c’è ogni uomo come egli si vede, ogni uomo come l’altro lo vede, e ogni uomo come egli è in realtà”.



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