Imparare a pregare nell’era della tecnica

Imparare a pregare nell’era della tecnica
Lenz Buchmann è un affermato e abilissimo chirurgo. Non è sposato, non ha figli, non ha vincoli familiari o sentimentali. E, senza dubbio, non è un sentimentale. Gli piace anzi umiliare le persone, le donne, le prostitute, i più deboli. Suo padre era un militare che gli impartì una rigidissima e severa educazione. Quando Lenz era poco più di un adolescente, il padre lo costrinse a “farsi” la loro serva. Non a “penetrarla”, non a “scoparla”, non a “fornicare” con lei, o tanto meno a “farci l’amore”, ma semplicemente a “farsela”. E a “farsela davanti ai suoi occhi”. Davanti agli occhi del padre, davanti a occhi che non guardavano per gusto voyeuristico, ma guardavano solo per verificare le capacità del figlio, la sua determinazione, l’attitudine meccanica al sesso su cui doveva esercitarsi. La serva, in quell’occasione, non fece alcun movimento: “sapeva quello che bisognava fare e fece quello che doveva fare, macchina senza alternative”. D’altronde, la serva andava “fatta”, come se  “fatta” non lo fosse ancora, “come se fosse ancora una materia informe in attesa dell’atto di Lenz per essere finita”.  Questo, insieme agli insegnamenti di caccia (basati su attacco, astuzia, attenzione e intelligenza), fu certamente un evento indelebile per la mente del ragazzo, un tassello imprescindibile per la formazione del suo carattere. Crescendo, Lenz diventa un chirurgo dalla sorprendente razionalità e freddezza, abituato a fare “il calcolo dei punti decisivi del proprio corpo”, di un corpo che gli sembra sempre più la mappa di uno stato su cui attuare la propria personalissima e astuta strategia di combattimento.  La sua mano è fredda e precisa, lentissima nei movimenti e infallibile. Per Lenz, la sfida col corpo umano lacerato è una sfida che si colora di tinte metafisiche e di riflessioni esistenziali. La natura, riflette Lenz, è rimasta allo stato brado: il vento dei romani è ancora il vento che sentiamo oggi, e così il corpo degli uomini. La mente invece è stata capace di creare le macchine, i bisturi, l’estrema precisione tecnica con cui vincere le imperfezioni che la natura non ha saputo correggere. ..
Tutta la prima parte di questo straordinario romanzo è incentrata sull’attività del chirurgo Lenz, sulla sua mancanza di compassione e di empatia verso i pazienti e sul suo categorico rifiuto di essere considerato “buono”. I concetti di bontà e di partecipazione emotiva sono talmente estranei alla sua personalità che Lenz non sembra rendersi pienamente conto di come egli stesso affronti la sua attività. La sua sfida con la morte è infatti condotta non tanto per salvare i pazienti, quanto piuttosto per misurare e ampliare la sua intelligenza, la sua capacità, la sua “tecnica”. Gli stessi impulsi e gli stessi tratti caratteriali porteranno l’uomo a entrare nel mondo della politica e a trattare anche questo con lo stesso cinismo sprezzante e con quel senso di superiorità e sopraffazione che già in campo medico si erano rivelati vincenti. La parabola proposta da Gonzalez può essere riassunta come quella del rapporto tra l’uomo e la macchina e, contemporaneamente, del rapporto tra l’uomo/macchina e la società, ovvero quelle caratteristiche “meccaniche”, impersonali e razionali che sembrano essere le uniche da valorizzare nel mondo moderno. Ma se il romanzo del talentuoso Tavares fosse solo questo, sarebbe abbastanza banale. La sua è un’indagine molto più sfaccettata di certe dinamiche mentali e del rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda, un mondo fatto di interrogativi cui nemmeno la più geniale forma di intelligenza potrà mai rispondere. E il valore del testo risiede proprio nella capacità di vivisezionare la psiche dell’uomo Lenz, del medico, e del politico. Con la stessa abilità del suo protagonista nel tenere il bisturi, Tavares taglia, seziona e sutura i meccanismi mentali di Lenz, e usa uno stile secco e disadorno la cui lucidità è a tratti spiazzante, e a tratti colpisce il lettore come uno schiaffo in pieno viso. Tutte le vicende sono ricreate attraverso immagini raggelate e raggelanti che celano l’evidente vuoto interiore dell’uomo, proiettandolo infatti verso un epilogo estremamente negativo in cui non sembra esserci salvezza alcuna. Così come il protagonista è ossessionato da scienza e numeri, la prosa dell’autore è di una precisione quasi matematica che si basa però sulla commistione di “precisione ed esplosione” (così come recita il titolo di uno dei numerosissimi brevi capitoli che strutturano il romanzo). L’esplosione (riferita nel testo a quella di una bomba che crea scompiglio nell’ospedale) è anche quella degli istinti primordiali che non possono essere negati, tutte quelle pulsioni che esploderanno, tutte insieme, verso la fine, quando tutto apparirà sotto una luce diversa (incluse la preghiera e l’irrazionalità del titolo). A questo proposito, non sembra casuale nemmeno la scelta del nome Lenz. Date le sorprendenti somiglianze di temi e motivi, nella loro complementarietà, il romanzo sembra rifarsi, seppur sovvertendone stile e struttura, al breve romanzo Lenz di Georg Büchner. Anche il Lenz di Büchner, nonostante il tratto espressionistico con cui è ricreato, è un uomo che combatte la furia degli elementi naturali, un uomo dall’anima scissa che cerca di pregare anche quando ne percepisce l’inutilità. Non solo: Büchner tratteggia la scissione della personalità attraverso la doppia dicotomia freddo/caldo e chiaro/scuro. Anche Tavarez affronta la stessa antitesi, e a lungo, specie all’inizio del romanzo quando “bisturi e mano” sono immessi un una costante altalena di simbologie legate al freddo e al caldo; così come la “luce” della tecnica e la “luce del divino” sono entrambe connotate dalla loro affatto lineare e risolvibile controparte di ombra e oscurità. I due Lenz percepiscono una ferita nel mondo, una sorta di lacerazione alla quale entrambi rispondono con i propri mezzi . Si tratta di mezzi certamente diversi che i due scrittori ricreano con stili opposti, uno espressionista e l’altro freddo e calcolatore: stili talmente diversi che però non sembrano antitetici ma complementari, facce inseparabili della stessa medaglia che celano la medesima forza del medesimo schiaffo in pieno viso percepito durante la lettura.     

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER