Impossibile

Impossibile

Il magistrato tenta di nuovo. Con grande prudenza, passo dopo passo, rivolge domande precise all’uomo che gli si trova di fronte, per cercare la verità. Il giudice, infatti, è convinto che si sia trattato di omicidio: reputa il suo interlocutore colpevole di aver ucciso durante una escursione in montagna un suo vecchio conoscente, reo di averlo tradito anni addietro. Ma l’uomo di fronte al magistrato sa dosare bene parole e ricordi, il colloquio fra i due si gioca vocabolo per vocabolo, l’interrogatorio si snocciola fino all’essenza, al significato più testuale dei termini; i due non lasciano varchi, possibilità di interpretazione, fessure per altre supposizioni. L’uomo, su invito del giudice, ripercorre la giornata in cui è avvenuto l’omicidio (o l’incidente?): afferma di essersi svegliato molto presto, alle cinque, per poi attendere le sette quando nell’albergo cominciano le colazioni. Poi è risalito in camera, si è lavato i denti per scendere di nuovo; ha quindi preso la macchina e si è diretto verso Cengia del Bandiarac in Val Badia. È qui che con uno zainetto contenente poche cose indispensabili per la salita, ha cominciato a camminare, con ritmo costante. Si è presto accorto di avere qualcuno davanti, ma non ci ha fatto troppo caso, all’uomo piace più seguire che essere seguito. In montagna, dice al giudice, ci sono comportamenti strani, agiamo seguendo schemi particolari. Il giudice ascolta, interrompe, fa domande: come è possibile che si tratti solo di una dannata coincidenza?

È un dialogo serrato questo ultimo romanzo di Erri De Luca, che assomiglia ad una partita a scacchi o ad una salita in montagna: faticosa per chi la compie, attenta, prudente, ben controllata, con la voglia di arrivare in cima, in questo caso alla verità, emozionante per noi che vi assistiamo. Ma esiste una, la verità? Sono tanti i temi che vengono affrontati nel corso dell’interrogatorio e quasi ci si dimentica che stiamo cercando un assassino (o forse, invece, appurare semplicemente che è stata una sfortunata coincidenza di eventi): verrebbe da leggerli ancora e ancora, il magistrato e l’imputato, convincenti entrambi, latori di due visioni del mondo che, pur se opposte, risultano coerenti ad un rigore e a una logica propria, inappuntabile. Verrebbe da leggerli per l’impiego e la protezione quasi paterna che adottano nei confronti della lingua italiana, la cui preziosità risulta forse l’unica certezza ammessa e concessa da i due protagonisti. Lingua che può difendere, precisare, connotare, scalfire ma può anche scaldare, come nelle lettere che l’imputato scrive al suo amore “Mi piace un sacco chiederti che ora è, per sentire da te che è la mia stessa” e che interrompono il ritmo serrato del colloquio, concedendoci un respiro, una tregua. Stile asciutto, puntuale, senza che vi sia una parola in più né una in meno: viene scritto l’indispensabile, il necessario, mentre il superfluo viene lasciato a valle.



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