Imputato Oscar Wilde

Imputato Oscar Wilde
Nel 1893 Oscar Wilde è al culmine della sua carriera, ha già pubblicato capolavori come Il ritratto di Dorian Gray e commedie come Il ventaglio di Lady Windermere. I suoi testi sono rappresentati nelle maggiori città europee e la sua spiccata personalità lo rende particolarmente ricercato nei salotti più importanti di Londra e Parigi. Anche la sua vita sentimentale è variegata e ricca. Pur essendosi sposato nel 1884 con Constance Lloyd, dalla quale avrà due figli, qualche anno dopo conosce Lord Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry, del quale si innamora follemente, ricambiato. La chiacchierata relazione dei due manda su tutte le furie il padre del giovane, che diffama lo scrittore con un biglietto lasciato nel club frequentato da Wilde, su cui scrive: “A O. W. Che posa a sodomita”. Probabilmente spinto dal suo giovane amante, che aveva un pessimo rapporto con il padre, Wilde decide di querelare il marchese per diffamazione, entrando così in una drammatica vicenda giudiziaria che condizionerà il resto della sua vita. Il primo processo inizia dunque nel 1893 ed occupò per mesi le prime pagine di tutti i giornali. Benché difeso da uno dei più grandi avvocati dell’epoca, Wilde si trovò costretto a ritirare l’accusa, perché gli investigatori ingaggiati dal marchese avevano scovato numerosi testimoni (quasi tutti giovani uomini fra venti e trent’anni) pronti a testimoniare sulla “sconveniente” condotta sessuale dello scrittore. Ormai, però, il coperchio di quella pruriginosa vicenda era stato sollevato, e Wilde finì coll’essere condannato per il reato di sodomia e oltraggio al pudore. Nel secondo processo, che seguì quasi immediatamente, Oscar Wilde e Alfred Taylor (l’amico che metteva Wilde in contatto con i giovani che amava frequentare) vennero condannati al massimo della pena: due anni di reclusione e i lavori forzati. Tre anni dopo essere stato scarcerato, Wilde morì praticamente in miseria, a Parigi…
È davvero toccante ripercorrere questa triste vicenda seguendo passo passo gli atti processuali che Orlandelli e Iorio hanno rimesso insieme. Attraverso la fredda lettura delle domande dei pubblici ministeri e le risposte degli imputati, Oscar Wilde su tutti, si ha come l’impressione di essere lì, calati nella cupa e bigotta atmosfera dell’Inghilterra di fine ottocento. È chiaro che Wilde, scrittore celebre e apprezzato fra i membri della più alta mondanità, finì per essere il capro espiatorio di una “categoria” di persone che, evidentemente, cominciava a infastidire la società benpensante inglese. In questo “corpo a corpo” con i suoi accusatori, Wilde sfodera tutte le sue armi dialettiche, fino a fendere memorabili stilettate, come quando l’avvocato dell’accusa gli chiede se una persona di normale estrazione si comporterebbe come si è comportato lui, e Wilde risponde: “non credo di essere, fortunatamente, una persona di normale estrazione”. Ma è soprattutto la profondità e la sincerità dell’amore fra Wilde e il giovane Alfred (“L’amore che non osa pronunciare il suo nome”, come scriverà lo stesso Alfred in una poesia) a emergere da questo feroce interrogatorio che fa bassa macelleria degli aspetti più privati e intimi della vita di un uomo. Oscar e Bosie (così chiamato affettuosamente da Wilde) si ritroveranno, a discapito di tutto, quando Wilde uscirà, devastato nel fisico e nella psiche, dalla prigione e riuscirà a scrivere i suoi ultimi capolavori, la Ballata del Carcere di Reading e, soprattutto, il famosissimo De profundis, la struggente lettera d’amore dedicata a Bosie. Quella lettera contiene parole che tutti noi dovremmo imprimerci nella mente, per convincerci una volta per tutte che nessuna legge e nessuna morale può permettersi di giudicare l’amore che lega due esseri umani.

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