Incanto classico

Incanto classico
Cosa hanno in comune Omero, l’antico cantore dell’epopea greca, e Fabrizio De Andrè, il cantautore per eccellenza del nostro secolo? Sicuramente il fatto di essere assai noti, benché non necessariamente conosciuti in maniera approfondita da tutti. Di certo a pochi verrebbe in mente di accostarli e ancor meno di trovare elementi  comuni nella loro produzione. Entrambi hanno indagato l’Uomo, ovviamente in modi diversi in rapporto ai tempi, separati come sono da quasi tremila anni. Le diverse sfaccettature possibili li hanno portati a considerare, tra le altre cose, il perché della necessità di contrapporsi al suo simile che da sempre ha caratterizzato l’essere umano. Se Omero è stato il cantore del valore guerresco, dell’ardore dell’eroe che va incontro al suo destino di morte per la gloria, De Andrè ha spesso sottolineato l’inutilità della guerra, della crudeltà insensata che pone gli uomini gli uni contro gli altri. La guerra cantata da Omero, però, è una guerra che è ad un tempo destino fascinatorio ma anche condanna, è esaltazione di spirito guerriero ma al contempo è pietà per il vinto, perché alla fine quella dell’Iliade è una storia del fallimento dell’Uomo che fa intravedere, per dirla con Baricco, “ una civiltà di cui i Greci non furono capaci, e che tuttavia avevano intuito, e conoscevano, e perfino custodivano in un angolo segreto e protetto del loro sentire”. Lo stesso messaggio sulla vacua crudeltà della guerra, alla fine dei conti, diretto e senza eccezioni, che caratterizza buona parte della produzione di De Andrè...
Quello che risulta piacevolmente spiazzante nel libro di Francesco Minervini è l’accostamento a fini didattici di due autori che sembrerebbero appartenere a due mondi, non solo cronologicamente, assai distanti, questo scompaginare le vie d’accesso ortodosse per la fruizione profonda di contenuti identici - differenti solo in apparenza - mediati da strutture, anche queste, apparentemente dissimili. Eppure i legami  tra la letteratura e la musica sono antichissimi, ed anzi i testi poetici nella classicità erano composti proprio per essere accompagnati da musica. Omero stesso era un aedo, un cantore e un compositore e l’Iliade era un lungo canto accompagnato dalla cetra. Va bene, Omero era una specie di cantautore. Ma può davvero Vasco Rossi aiutare a tradurre i tormenti di S. Agostino fino a scoprire che desiderare di leggere le Confessioni come fosse un contemporaneo diario dell’anima non è poi un’idea così astrusa? Pare proprio di sì. Allo stesso modo la passione senza tempo di un’anima femminile, la terribile bellezza di Medea ci sapranno parlare con le parole di Mina e Fiorella Mannoia e si faranno riconoscere dalle acerbe e violente emozioni degli adolescenti. E non soltanto. Edipo e Giorgia ci potranno parlare del destino e Aristofane, Aristotele, Giorgio Gaber e Ligabue ci aiuteranno a riflettere sulla partecipazione sociale e politica. Incanto classico è essenzialmente un libro didattico, scritto da un giovane docente di Greco e latino deciso ad utilizzare “messaggi a cui gli studenti siano reattivi” per comunicare il suo smisurato amore per il mondo classico, attraverso un linguaggio che per loro risulti più efficace e comprensibile. L’intuizione è recuperare la dimensione originale della poesia classica trasformandola in approccio privilegiato nei confronti dei giovani studenti. La musica è infatti decisamente più immediata della letteratura ed è capace di raggiungere le corde del cuore in maniera diretta. L’espediente di accostare la forma poetica che ai giovani è più vicina, la musica appunto, alla poesia classica serve ad evidenziare ai loro occhi l’universalità del sentimenti e dell’esperienza umana che travalica i secoli e ci permette di amare ed apprezzare quella poesia oggi più che mai. Scoprire questa dimensione metastorica che accomuna i versi di Omero e quelli di De Andrè porterà i più giovani a guardare con occhi nuovi ciò che viene loro “propinato” a scuola, conducendoli ad un apprendimento dinamico mai passivo ma anzi entusiasta. Perché quella di Francesco Minervini non è una proposta teorica ma il frutto di un “esperimento” che ha portato risultati concreti. Sorprendente è che, al di là dell’utilità indiscussa della proposta rivolta ai colleghi docenti, peraltro assai ben strutturata attraverso l’individuazione di obiettivi e schede didattiche, la lettura di Incanto classico risulti estremamente piacevole anche a chi docente non lo è. Il lettore che ha una formazione classica riscoprirà con rinnovato piacere che il mondo classico, nonostante i pregiudizi, ha sempre qualcosa di nuovo da dire a chi appena si pone in condizione di ascoltare, ma anche chi questa formazione non ha dovrà solo lasciarsi guidare lungo il percorso indicato dall’autore per scoprire nuove chiavi di lettura, magari di un brano musicale amato da sempre o di un verso letto per caso da qualche parte. Leggere Incanto classico è, alla fine, ricordarsi di quello che abbiamo sempre creduto, che ognuna delle forme d’arte che conosciamo, da quelle figurative alla letteratura, fino al cinema ed alla musica proviene da quel patrimonio immenso all’ombra del quale ci siamo formati e dalle cui radici continuiamo a trarre linfa vitale.

 

 

 

 
 
 
 
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