Inclini all’amore

La vita nasce da un sasso gettato nell’acqua: un indifferente masso senza nome, eppur pronto a generare cerchi magici, dal primo, il più piccolo, fino all’ultimo, il più grande, che accoglierà e raccoglierà le infinite ondulazioni che lo hanno preceduto. Arianna è l’ultimo, grande cerchio: nonostante sia minuta e fragile, rappresenta il tenace, tenero abbraccio che contiene il ricordo degli avi, tutti maschi, i cerchi più piccoli che l’hanno generata. Quello del nonno, Milovan, che sul finire dell’Ottocento lasciò l’amato paese del Montenegro per cercare e fare fortuna in Europa e nel mondo: partirono in sei per trovare il coraggio necessario ad attraversare l’Italia, l’Austria, la Francia, l’America, giovani, un po’ straccioni, chiusi nel loro personalissimo labirinto fatto di una lingua incomprensibile ai viaggiatori incontrati strada facendo. Lavorando, sempre e comunque, ma sempre e comunque pensando al ritorno, alle donne da sposare, alla terra da coltivare. Poi, il secondo cerchio, quello di Vladimir, figlio di Milovan e padre di Arianna: a dodici anni entrato nelle forze partigiane di Tito per seguire la stella polare del fratello maggiore, tornato a casa senza un braccio e con una gran voglia di vita e letteratura. Nel racconto dei suoi anni c’è un buco nero, segreto, invisibile ma presente, nel quale Vladimir è stato risucchiato dall’arroganza cieca del potere. Tra i tanti, c’è anche un cerchio passeggero, delicato: quello di Mihailo, fratello di Arianna, alla cui morte la stirpe dei Vuković sembra subire un brusco arresto. Alla fine, a raccogliere e portare a riva la nave con i tesori e le perdite di un’intera famiglia c’è lei, Arianna, l’ultimo bocciolo di una pianta radicata ad una regione ruvida, generosa, malinconica fin nelle nuvole in cielo. L’ultima dei Vuković è cresciuta tra i grigi palazzoni del socialismo, innamorandosi dell’uomo sbagliato, o sentendosi la donna sbagliata al posto sbagliato. Ma anche nei posti sbagliati si possono celare verità importanti, che sanno cancellare le piccole bugie dette a fin di bene, per dare il giusto finale ad una storia di amore autentico…
“Dal freddo della morte non c’è alcun rimedio se non il ricordo. E il racconto”. Un’arte, quella del racconto, che Tijana M. Djerković conosce e usa per far vivere e respirare le storie di Inclini all’amore. Un libro che propone ai lettori una storia familiare arrampicata come edera alla biografia di un Paese, la Jugoslavia, dove le gesta, epicamente normali, sono tramandate di generazione in generazione in lunghi conciliaboli intorno al fuoco: si parla per non dimenticare, ci si passa il racconto di bocca in bocca, a voce bassa per farsi ascoltare meglio, subendo il fascino di ciò che sembra una leggenda. Inclini all’amore è un romanzo fatto di terra e pane: pagina dopo pagina gli uomini vanno e vengono, petali strappati in balia del destino, sparando in aria alla nascita di un figlio maschio, mentre le donne sanno e aspettano nell’ombra, allevando bambini e rammendando vestiti. La Djerković, traduttrice belgradese e autrice di due raccolte di racconti, ha scritto questo libro in italiano, sua seconda lingua: la dimestichezza con le parole dà alla trama un’andatura poetica che mai si spezza, alternando la profondità di sguardo e prospettiva alla bellezza delle immagini. La storia di Milovan, Vladimir e Arianna, così come quelle degli altri protagonisti, dipinti con empatia nei difetti e nei pregi, sono profondamente legate ad una regione, il Montenegro, che non invecchia, non muore, non si dimentica: dall’Ottocento ai giorni nostri, Inclini all’amore mostra personaggi decisi a migliorare il presente, combattendo per un’ideale o un sentimento, mai dimenticando di sentirsi fieri e degni delle origini. Narrando le gesta dei Vuković, intessute di riti e abitudini, la Djerković narra anche quelle di una nazione e delle trasformazioni subite: soprattutto, però, apre il forziere delle proprie memorie raccontando la vita di suo padre, il poeta Momcilo Djerković, uno dei più grandi poeti serbi, che molto, troppo è riuscito a sopportare (la guerra, le mutilazioni, il gulag) ma non la morte prematura dell’adorato primo figlio. Come è sopravvissuta al lato oscuro dell'esistenza, la stirpe dei Vuković/ Djerković? Possiamo dirlo, senza tema di essere tacciati di banalità: perché tutti sono stati “inclini all’amore”, per le persone, la speranza, i legami. È l’amore, in fondo, la forza motrice di questo lessico familiare d’oltrecortina: non detto, manifesto, singolare o universale. La Djerković è stata bravissima nel tessere un evocativo, suggestivo romanzo sul potere delle parole e dell'affetto necessario per non farle disperdere al vento, intrecciando i fili delle emozioni: riuscendo nell’intento di coinvolgere senza risultare stucchevole, sincera senza forzature. Inclini all’amore invita e incita alla pienezza della vita: a “strappare la bellezza con i denti” nonostante tradimenti, colpi bassi, fallimenti. Forse, dopo tante battaglie, ci rimarranno in mano solo poche briciole di gioia, niente più: ma sapremo, almeno, di aver saziato il cuore.

 

 

 

 
 
 
 
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