Inferno Thai

Inferno Thai
Mercoledì 11 ottobre 1978. Un manipolo di poliziotti thailandesi armati di tutto punto sta mettendo a soqquadro la stanza di Warren e, poco lontano, esattamente sull’altro pianerottolo, la stessa sorte spetta a Paul. Nella stanza di quest’ultimo, in una valigia rossa, vengono trovate ventiquattro buste di eroina. Il maggiore Vraj, funzionario dell’ufficio immigrazione soprannominato Mad Dog, ovvero “cane rabbioso”, impedisce agli accusati di chiamare un avvocato, di rivolgersi all’ambasciata e soprattutto riferisce loro che per un reato simile in Thailandia è prevista la pena di morte davanti ad un plotone di esecuzione. Ma il destino dei due, se possibile, è segnato da un futuro ancora più atroce:  il carcere a vita da scontare nella famigerata prigione maschile di Bang Kwang, soprannominata dai thailandesi “Big Tiger”, la grande tigre che mangia vivi gli uomini...
Inferno Thai di Warren Fellows è un diario autobiografico scritto con la lucidità, la passione e la rabbia di chi ha vissuto una buona fetta della sua vita in un temutissimo carcere di Bangkok, una prigione considerata tra le dieci più orribili al mondo. Metodi di trattamento disumani, angherie e soprusi, limitazione fisica opprimente: concetti astratti che rischiano di non essere capaci di descrivere un luogo in cui i reclusi sono costretti a condividere in tanti piccolissime celle infestate di  scarafaggi e ammorbate da olezzi nauseabondi, in cui imperversa senza freni il sadismo delle guardie carcerarie e il cibo è - sfrenato eufemismo - scadente. Un lucido racconto, una narrazione scorrevole che conduce il lettore ad uno stato di predominante repulsione, ma che, rigo dopo rigo, riesce a nutrirlo con aneddoti crudamente icastici alternati a lunghi e interminabili secondi di suspense. Più ci si addentra nel cuore del libro, più si ha l’impressione che si abbia a che fare con un’opera fantastica, una romantica invenzione. Niente di tutto questo però: è una storia di vita. Atra, buia ma maledettamente reale. E questa è anche la sua marcia in più.

 

 

 

 
 
 
 
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