Infilare una mano tra le gambe del destino

Infilare una mano tra le gambe del destino
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Cos’è il mondo del lavoro? Beh, potremmo dire che in certo senso - e se guardato attraverso una lente particolare-, è la mutazione orrenda della creatività umana, trasformata in semplice routine. Genio e talento si deformano in un abominio chiamato produzione e utile, margine e guadagno. Di conseguenza, l’idea che nasce non può che creare un bene materiale plasmato sulla richiesta del mercato. In questo mondo pralinato al commercio, il concetto di poesia si sgretola e appare inconsistente e inutile. Anzi, il verso rappresenta la summa dei peccati venali, dello spreco e del trastullo. Invece è dietro di esso che si cela il vero valore della vita e della morte. Scollinare il muro che divide il materialismo mediocre dalla sovranità del nostro Io non è cosa impossibile, anche se implica un atto di ribellione non comune e che non è da tutti. In questo nuovo mondo, il corpo è al suo primo vagito e l’infinito ha appena spalancato le sue porte, che sono come le gambe di una donna. Sono possibilità aperte a forbice. Il sommo dettaglio produce la perfezione. Qui, nel mondo della poesia è proprio il particolare che fa la vita, mentre il vano commercio guarda e pensa in grande, all’insieme e al tutto. Al contare (il denaro) si contrappone l’amare (il sesso). Il dio pecunia, insieme alle altre divinità, ci invidia questa nostra capacità di amarci con una passione e una carnalità che loro, per libera scelta, hanno rifiutato da sempre e per sempre nei secoli dei secoli…

In prosa poetica, o in versi stirati e diluiti fino a diventare periodi e capitoli, si srotola, nasce e fiorisce questa specie di manifesto personale che in un sol colpo abbraccia lavoro, politica, sesso, casa e lavoro e che si autocatapulta nel cosmo pretendendo di dire la propria. Tolte le bende al moribondo cristo che è l’uomo moderno, ciò che resta è il corpo voglioso di una creatura che nelle pieghe sessuali di una donna vede la propria rinascita, tana, ispirazione. Non si capisce però dove voglia davvero arrivare. Nel proclamare la sperimentazione poetica va a finire che ogni esperimento deve per forza riuscire, ma senza la prova provata che il rischio corso è valso una scoperta geniale, si sa, a nulla serve tanta fatica. Si vorrebbe forse smascherare ed esorcizzare la banalità con la volgarità, sdoganando parole considerate forti e proibite e immagini erotiche vietate ai minori. Bruciano le frasi, brucia la lettura ma nella combustione resta una cenere altrettanto banale. Certo, è vero, è quasi facile proclamarsi fuori dal coro. Più difficile è trovare una voce che canti bene e canti melodie eterne, come dovrebbe essere la vera poesia, messa in prosa oppure no. Qui non ci siamo. Il suono delle frasi, la voce dell’Eros risuona simile a uno sberleffo a chi il corpo lo ha cantato veramente in altri tempi e altri modi.



 

 

 

 
 
 
 

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