Infiniti mondi

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Enrico, 38 anni, vive in una piccola cittadina del nord Italia. Guadagna poche centinaia di euro confezionando piantine e semi in una cooperativa sociale di tipo b e il resto del tempo lo passa immerso nella natura, a portare avanti piccoli atti di sabotaggio, a costruire trappole per i cacciatori bresciani e a fare agguati a parroci di paese. Suoi complici in questa sotterranea rivoluzione quotidiana l'enigmatico Thorens e due ragazze che giocano a pallavolo...
Che una rivoluzione non necessariamente debba passare per un unico scontro generale, avvampare in un’unica fiammata, risolversi in un Armageddon tra le forze dello status-quo e coloro che allo status-quo tenacemente, donchisciottescamente, poeticamente si oppongono, ma che anzi possa essere portata avanti con una guerriglia sotterranea, con il sabotaggio, con l’obiezione e l’ostruzionismo è una realtà che non siamo certo noi a scoprire. C’è un eroismo struggente e canagliesco nel portare avanti la propria quasi invisibile lotta contro il sistema, un eroismo (“patto di costanza e audacia”) che Max Adler fotografa efficacemente nel suo ultimo romanzo. Romanzo apparentemente meno ambizioso dei precedenti, meno ricco di rimandi, citazioni e trovate spiazzanti, ma non per questo meno energetico e coerente con la critica profonda alle architravi della società occidentale tipica della poetica adleriana. Il selvaggio Enrico e i suoi pards vivono sulla loro pelle, cercano di incarnare la rivolta, dallo sberleffo più o meno innocuo agli atti più violenti ed estremi. E in contrasto con la loro personalissima piccola grande rivoluzione (che sa essere al tempo stesso simpatica e odiosa, e questo è un indubbio merito di Adler) la provincia del nord Italia con la sua arroganza e la sua spietatezza da tritacarne fa ancora più paura.

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